
Il Mar Mediterraneo rappresenta una culla di civiltà e un hotspot di biodiversità di inestimabile valore globale. Tuttavia, pur contenendo appena l’1% di tutta l’acqua marina presente a livello mondiale, questo bacino arriva a concentrare circa il 7% delle microplastiche (MP) diffuse negli oceani di tutto il pianeta. Questa statistica allarmante è dovuta alla natura stessa del Mediterraneo: un mare semi-chiuso in cui le acque si rinnovano con estrema lentezza. La plastica che vi entra — stimata in oltre 100.000 tonnellate ogni singolo anno — fatica immensamente a uscire attraverso lo Stretto di Gibilterra, finendo inesorabilmente per accumularsi lungo le coste, sulle spiagge e nei sedimenti dei fondali marini.
A destare le maggiori preoccupazioni nella comunità scientifica non sono soltanto i lunghissimi tempi necessari per la degradazione dei materiali plastici, ma soprattutto i danni profondi e sistemici che le microplastiche provocano agli organismi marini e, in maniera indiretta ma inesorabile, alla salute umana. Le particelle di plastica, infatti, possono rilasciare additivi chimici tossici utilizzati durante la loro produzione e, contemporaneamente, agire come veri e propri vettori per il trasporto di inquinanti ambientali, agenti patogeni e geni che favoriscono la resistenza agli antibiotici. Una volta ingerite dalla fauna marina, e successivamente dall’uomo attraverso il consumo di prodotti ittici lungo la catena alimentare, queste minuscole particelle risultano estremamente difficili da eliminare dall’organismo.
Nonostante la presenza pervasiva di materiali plastici nel mare e all’interno degli organismi marini sia ormai un fatto ampiamente e tristemente documentato, le conoscenze scientifiche relative ai complessi meccanismi oceanografici che ne regolano il trasporto e la distribuzione nell’ambiente marino restano ancora limitate. In particolare, la comunità scientifica internazionale non ha ancora delineato con precisione quali siano le rotte specifiche percorse dalle innumerevoli particelle plastiche, né in che modo le correnti marine di superficie e di profondità, i venti dominanti e i processi di circolazione idrodinamica costiera influenzino il loro spostamento e il conseguente accumulo in specifiche e vulnerabili aree marine.
Il Progetto MAESTRI: Una Risposta Transfrontaliera e Multidisciplinare
Per far fronte a questa problematica di natura marcatamente sistemica e complessa, è nato il progetto MAESTRI, acronimo che sta per “Modelli previsionali di accumulo di microplastiche in aree marine costiere, effetti sulla biodiversità e strategie per ridurre l’inquinamento”. Questo ambizioso progetto, ideato e coordinato dall’Università di Palermo, ha l’obiettivo primario di sviluppare il primo modello previsionale in assoluto dedicato all’accumulo di microplastiche nel bacino del Mediterraneo centrale.
Il modello matematico e oceanografico che ne scaturirà sarà in grado di descrivere, simulare con alta fedeltà e prevedere la distribuzione delle microplastiche per i prossimi dieci anni in quest’area geografica. Questo permetterà di individuare con estrema precisione le zone costiere maggiormente vulnerabili all’accumulo e di chiarire definitivamente le intricate dinamiche fisiche e chimiche che ne determinano la concentrazione.
MAESTRI è stato finanziato con un contributo di 1,5 milioni di euro erogato nell’ambito del Programma europeo INTERREG Italia–Malta. Avviato formalmente nel mese di maggio del 2025, il progetto vedrà la sua conclusione scientifica e operativa nel 2027. La guida di questi complessi lavori è affidata ai professori Fabrizio Pepe e Gianluca Sarà, insieme alla dottoressa Marta Corradino, tutti afferenti al Dipartimento di Scienze della Terra e del Mare dell’ateneo palermitano, che sono i principali promotori dello studio. La vera forza di MAESTRI risiede tuttavia nella sua imponente rete di collaborazioni, che include l’Università di Messina (con il Dipartimento di Ingegneria), l’Università di Catania (con il Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e dell’Ambiente), il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Messina, il Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Malta e, in rappresentanza delle istituzioni governative, il Ministero dei Lavori Pubblici di Malta.
Come sottolineato dai coordinatori del progetto, la chiave per affrontare l’hotspot mondiale dell’inquinamento da microplastiche risiede nella “multidisciplinarietà che integra competenze di geologia, biologia marina, ingegneria e chimica”. L’intento è quello di fornire strumenti scientifici concreti per stimare i tempi di permanenza della plastica in mare e anticiparne l’ingresso nelle reti trofiche, valutando e mitigando in questo modo i rischi ecologici e sanitari.
Aree Pilota e Indagini Sul Campo: Tra Sicilia e Malta
La ricerca sul campo e il meticoloso monitoraggio costiero interesseranno due aree geografiche speculari e cruciali per le correnti del Mediterraneo centrale: da un lato, 8 chilometri di coste incontaminate ma vulnerabili della Sicilia sud-orientale, specificamente nelle zone di Isola delle Correnti e Vendicari; dall’altro lato, 9 chilometri di coste maltesi, che includono Ghadira Bay, Golden Bay, Riviera Bay, Gnejna Bay, Ramla Bay e Salina Bay.
Durante il primo anno di attività (compreso tra maggio 2025 e maggio 2026), i team di ricerca raccoglieranno una mole impressionante di dati impiegando strumenti ad altissima tecnologia e metodologie di calcolo all’avanguardia. Le operazioni prevedono l’utilizzo di droni dotati di sensori avanzati per l’analisi aerea delle spiagge, strumenti geofisici sofisticati per lo studio morfologico dei fondali marini fino a 50 metri di profondità, e l’impiego di tecniche spettroscopiche FT-IR, essenziali per identificare con esattezza la composizione chimica delle microplastiche recuperate. A questi strumenti si affiancheranno i modelli numerici lagrangiani, necessari per simulare il movimento fluido delle particelle in mare.
A Malta, in uno dei siti pilota, verrà inoltre installato un sistema permanente di monitoraggio basato su telecamere ad alta risoluzione, il cui scopo sarà studiare l’arrivo e l’accumulo dei rifiuti plastici immediatamente dopo gli eventi di mareggiata, fornendo dati empirici fondamentali per validare l’accuratezza dei modelli previsionali. Complessivamente, saranno raccolti oltre 200 campioni di sedimenti e più di 100 campioni d’acqua. Da questi campioni verranno meticolosamente estratte le microplastiche per essere analizzate chimicamente, permettendo ai ricercatori di catalogarne le varie tipologie e di risalire con precisione alla loro origine industriale o civile.

La Plastisfera: Quando la Plastica Diventa un Ecosistema
Uno degli aspetti più affascinanti e inquietanti della ricerca condotta dal team di MAESTRI riguarda lo studio della cosiddetta “plastisfera”. Questo termine indica le comunità microbiche complesse che colonizzano le superfici plastiche fluttuanti, trasformando i detriti in zattere biologiche. Il progetto prevede un censimento dettagliato dei batteri e dei funghi presenti su queste superfici.
Come spiegato da Paola Quatrini dell’Università di Palermo, la plastisfera “può includere patogeni ma anche microrganismi in grado di degradare i polimeri plastici”. L’obiettivo a lungo termine, che rasenta la bio-ingegneria ambientale, è isolare i batteri e i funghi potenzialmente capaci di degradare la plastica, per poterli in futuro potenziare e applicare attivamente in strategie di biorisanamento per la rimozione ecologica delle microplastiche dall’ambiente.
Le attività di indagine biologica includeranno anche un focus specifico sugli organismi bentonici (le specie che vivono a stretto contatto con il fondale marino) e planctonici (che vivono sospesi nella colonna d’acqua). Lo scopo è quantificare la presenza intrinseca dei polimeri in questi organismi e comprendere a livello cellulare come le microplastiche interferiscano con i loro processi fisiologici e metabolici fondamentali.
L’Origine del Problema e gli Impatti sulla Salute Globale
Per comprendere la gravità della situazione, è vitale analizzare l’origine di questi inquinanti. Francesco Tiralongo dell’Università di Catania ha chiarito che le microplastiche derivano da prodotti di utilizzo comune: “cosmetici e pellet industriali, ma anche il risultato della degradazione di tessuti sintetici, pneumatici, vernici nautiche, imballaggi, attrezzi da pesca”. Tiralongo aggiunge che particelle microscopiche fino a 1 micron possono raggiungere i mari persino trasportate dall’atmosfera.
Una volta assunte dagli organismi filtratori e risalita la catena alimentare fino all’uomo, le microplastiche provocano conseguenze fisiche e cliniche severe: “falsa sazietà, occlusione intestinale riduzione della crescita e alterazione del comportamento alimentare” nella fauna, e provocano stress ossidativo, infiammazione, danni tissutali e alterazioni endocrine a livello sistemico. Questo scenario impone un ripensamento profondo delle nostre abitudini di consumo e delle tecnologie di gestione dei rifiuti, configurando il problema non solo come una crisi ecologica, ma come una massiccia emergenza socioeconomica e sanitaria.
Una Prospettiva di Prevenzione Condivisa
La complessità dei movimenti delle microplastiche è un elemento centrale della ricerca. Emmanuel Sinagra dell’Università di Malta ha evidenziato come l’inquinamento non sia limitato a ciò che galleggia in superficie: “una quota significativa delle particelle, nel tempo, sprofonda e si deposita sui fondali, trasformando i sedimenti in veri e propri serbatoi di contaminazione”. Questi sedimenti possono essere rimobilizzati da correnti, violente mareggiate o attività antropiche, prolungando l’impatto tossico nel tempo.
Giovanni Sgubin dell’Università di Palermo guiderà lo sviluppo delle simulazioni numeriche, implementando “modelli numerici lagrangiani […] che simulano le traiettorie di milioni di particelle virtuali di microplastiche trasportate dalle correnti”. Parallelamente, Carla Faraci dell’Università di Messina si dedicherà all’ingegneria costiera, combinando le osservazioni sul campo con modelli fisici e numerici per comprendere le intime “interazioni tra moto ondoso e detriti plastici sui fondali marini”.
Il progetto MAESTRI, presentato ufficialmente il 19 febbraio 2026, si impone dunque come una pietra miliare nella ricerca ambientale europea. Come splendidamente riassunto dal professor Fabrizio Pepe, la sfida è trasformare la conoscenza in azione concreta: “MAESTRI non si limita a descrivere il problema, ma anticiparlo: trasformare la previsione in prevenzione, fornendo a amministrazioni, autorità portuali ed enti ambientali strumenti scientifici concreti per pianificare monitoraggi, interventi mirati e politiche basate su dati solidi”. La collaborazione tra Italia e Malta dimostra che l’inquinamento non conosce confini e che solo unendo le forze, condividendo tecnologie e visione, potremo sperare di arginare l’invasione silenziosa delle microplastiche e restituire al Mar Mediterraneo la sua originaria purezza e vitalità.































