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Big Blue Festival a Portoscuso: scienza, pescatori e comunità in difesa del mare

Dall'emergenza delle specie aliene nelle lagune sarde fino ai musei sottomarini per il ripopolamento ittico, l'undicesima edizione della rassegna chiama a raccolta biologi e volontari. All'Antica Tonnara Su Pranu, quattro giorni di dibattiti per trasformare la tutela dell'ecosistema costiero in un'azione collettiva.

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Volontari impegnati nella raccolta di rifiuti plastici lungo una costa rocciosa sarda.
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Tonnellate di rifiuti strappati agli arenili del Sulcis ogni anno, raccolti letteralmente a mani nude da decine di volontari. Basterebbe questo dato operativo, crudo e lontano dall’estetica patinata delle riviste di viaggio, per inquadrare la reale condizione in cui versano molti ecosistemi costieri del Mediterraneo. L’immagine del mare come mero sfondo panoramico ha ceduto il passo a un’emergenza ecologica quotidiana, fatta di plastiche spiaggiate, innalzamento delle temperature e alterazione degli habitat bentonici.

È partendo da questa urgenza fisica che l’undicesima edizione del Big Blue Festival apre i battenti a Portoscuso, nel Sud Sardegna. Da giovedì 27 a domenica 30 agosto, gli spazi ruvidi dell’Antica Tonnara Su Pranu si trasformano in un avamposto di divulgazione e azione climatica. La manifestazione, organizzata dall’associazione ArgoNautilus con il patrocinio del Comune e il contributo della Fondazione Sardegna, convoglia biologi marini, operatori ecologici, pescatori e ricercatori per dissezionare le criticità del patrimonio sommerso e costruire una risposta comunitaria al degrado ambientale.

L’obiettivo dichiarato non è la semplice celebrazione della natura, ma la decodifica dei suoi segnali di sofferenza. Il direttore artistico e biologo Maurizio Cristella delinea il perimetro dell’intervento paragonando l’ecosistema a un organismo vivente: «Come per certe patologie del corpo che restano invisibili finché non si impara a riconoscerne i sintomi, anche il degrado degli ecosistemi marini ha bisogno di uno sguardo educato per essere visto prima che sia tardi». L’educazione dello sguardo diventa così il motore di quattro giornate di lavori, dove la scienza esce dalle accademie per incontrare la cittadinanza attiva.

Il ponte tra ricerca e partecipazione trova la sua espressione più avanzata nel lavoro di Edoardo Brodasca, direttore del Posidonia Green Project. L’organizzazione internazionale, radicata in Spagna ma con una forte delegazione italiana, porta in Sardegna i risultati del Posidonia Art Reef. Questa infrastruttura sottomarina, calata di recente sui fondali liguri di Bogliasco, sovverte il concetto tradizionale di area protetta: si tratta di un’installazione artistico-scientifica progettata per fornire rifugio strutturale a specie vulnerabili come scorfani, murene e polpi.

Il progetto di Brodasca trascende il mero ripopolamento ittico. La barriera artificiale è stata co-progettata insieme alla comunità locale e a giovani biologi, trasformando i residenti in sentinelle dell’ecosistema. Questo approccio operativo permette di monitorare la colonizzazione bentonica e la resilienza delle specie attraverso la raccolta diffusa di dati. Il modello ligure, già selezionato come caso di studio internazionale all’interno del programma europeo Horizon Europe, viene analizzato dal pubblico sardo per valutarne la replicabilità lungo le coste dell’isola, dimostrando che l’ingegneria ecologica necessita dell’attivazione sociale per funzionare sul lungo periodo.

Dalle soluzioni sommerse alle emergenze di superficie, il festival stringe l’obiettivo sulle acque interne sarde. La biologa Sonia Cheratzu affronta la metamorfosi degli ecosistemi lagunari, ambienti transizionali di estrema fragilità. I dati scientifici registrano una pressione severa dovuta alla proliferazione di specie non autoctone. L’esplosione demografica del granchio blu, spesso ridotta a fenomeno mediatico, rappresenta la spia visibile di un riassetto biologico profondo che altera le catene trofiche, minaccia la sopravvivenza dei bivalvi locali e modifica l’equilibrio chimico delle acque basse.

A questa lettura analitica fa da contrappunto la testimonianza di Alberto Bardi, pescatore della zona. La sua narrazione sposta il focus sulle ricadute economiche e sociali della crisi. Lavorare in laguna oggi significa misurarsi con reti svuotate dalle specie commerciali tradizionali e danneggiate dai nuovi predatori, in un braccio di ferro continuo con un ambiente che fatica a mantenere i cicli stagionali storici. L’incrocio tra i dati della biologia marina e l’esperienza empirica di chi opera sull’acqua restituisce la misura esatta dell’impatto climatico sul tessuto produttivo primario.

Prateria di Posidonia oceanica illuminata dai raggi del sole sotto la superficie del mare.

Sul fronte della difesa del territorio, i numeri presentati da Albano Salis, presidente della delegazione Marevivo Sud Sardegna, tracciano la mappa della resistenza civica. Dal 2019, l’associazione è passata da venti a settanta volontari operativi nell’area sulcitana. Le loro campagne di pulizia sistematica, che spaziano dallo stagno di Sant’Antioco ai litorali di Carbonia, rimuovono annualmente tonnellate di detriti antropici. L’azione di Marevivo dimostra che il ripristino del decoro costiero coincide con una massiccia operazione di tutela della biodiversità, dove la presenza sul campo argina fisicamente l’ingresso di microplastiche nella catena alimentare pelagica.

L’urgenza di proteggere gli habitat sommersi viene esplorata anche attraverso l’indagine visiva. La mostra fotografica curata da Subacquei per la Scienza documenta la biodiversità nascosta sotto la superficie marina sarda. Le immagini testimoniano l’estensione e il ruolo strutturale delle praterie di Posidonia oceanica. Queste foreste sommerse, oltre a frenare l’erosione costiera attenuando il moto ondoso, costituiscono il principale serbatoio di carbonio del Mediterraneo e il sito vitale di riproduzione per centinaia di organismi. La documentazione fotografica funge da archivio dello stato di salute dei fondali rocciosi, offrendo un parametro per monitorare i futuri cambiamenti morfologici.

La tenuta dell’ecosistema costiero dipende strettamente da quanto accade sulla terraferma. La biologa Silvia Cera estende l’analisi alla flora mediterranea, indagata per il suo potenziale fitochimico. Le piante endemiche sarde contengono principi attivi ancora in gran parte da mappare, capaci di fornire alternative ai pesticidi di sintesi. Lo sviluppo di strategie antiparassitarie derivate dalla macchia mediterranea apre scenari operativi per un’agricoltura progettata per non intossicare le popolazioni di insetti impollinatori, anello indispensabile della catena alimentare globale.

La comprensione di queste dinamiche richiede un’alfabetizzazione scientifica solida, costantemente minata dalla disinformazione. Il geologo Luigi Sanciu interviene per smantellare le false credenze che circolano attorno alla conformazione del territorio e ai fenomeni naturali. La sua operazione di verifica sulle bufale geologiche radicate in Sardegna evidenzia i danni pratici di un dibattito pubblico distorto, capace di paralizzare le decisioni politiche in materia di gestione delle risorse e prevenzione del rischio idrogeologico.

Ad ampliare l’orizzonte critico contribuisce il documentarista Stefano Vascotto, che traccia un parallelismo tra le profondità marine e le vette asiatiche. Analizzando la storia delle esplorazioni himalayane, dall’ingerenza della Compagnia delle Indie Orientali fino alla massificazione alpinistica sull’Everest, Vascotto indaga il limite della pressione antropica. Lo sfruttamento commerciale delle alte quote funge da monito per la gestione degli ambienti marini, avvertendo sui pericoli di un turismo estrattivo che trasforma l’esplorazione in consumo irreversibile dello spazio naturale.

La traduzione del messaggio ecologico coinvolge inevitabilmente i codici espressivi. Il cantastorie Alosha e la curatrice Paola Bontà portano in scena un impianto performativo dove danza e narrazione intersecano i testi di autori classici. Il corpo in movimento diventa lo strumento per interpretare la frattura tra le attività umane e l’equilibrio dei biosistemi, dimostrando come i linguaggi artistici riescano ad agganciare l’attenzione di fasce di pubblico meno esposte alla letteratura tecnica di settore.

Una quota rilevante delle attività investe direttamente l’educazione primaria. Laboratori di recupero materico e mosaici realizzati con tappi di plastica impongono ai bambini una riflessione tattile sulla permanenza dei polimeri nell’ambiente. La costruzione di un carnevale marittimo con maschere autoprodotte scardina la logica del consumo usa e getta, radicando nei più piccoli la consapevolezza che il prolungamento del ciclo di vita dei materiali è il primo atto di salvaguardia degli oceani. La circolarità viene spogliata del suo inquadramento teorico per farsi abitudine manuale quotidiana.

Il programma affida la chiusura allo studio delle tracce preesistenti. L’archeologa Sara Porru centra l’attenzione sul patrimonio storico sepolto sotto i fondali sabbiosi e rocciosi. I relitti e i reperti sommersi tracciano la mappa di rotte commerciali millenarie e antiche fluttuazioni del livello del mare, fornendo una scala temporale ampia per misurare le attuali trasformazioni idrografiche. L’analisi delle anfore incrostate di coralligeno sancisce il legame fisico tra l’attività umana dei secoli passati e l’ambiente marino contemporaneo, ricordando che i sedimenti di oggi determineranno la sopravvivenza della costa di domani.

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