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La Posidonia custode del mare: oltre un terzo delle egagropili intrappola plastica lungo le coste italiane

Un'indagine condotta dai ricercatori dell'ENEA svela come le caratteristiche sfere vegetali rilasciate sui litorali agiscano da trappole naturali per microplastiche e fibre sintetiche. Questo straordinario meccanismo di bioaccumulo non solo evidenzia l'impatto dei rifiuti nel Mediterraneo, ma dimostra il ruolo prezioso delle praterie sottomarine come alleate preziose nella difesa degli ecosistemi costieri e sentinelle ecologiche per il monitoraggio ambientale.

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Egagropili di Posidonia oceanica adagiate sulla sabbia bagnata di una spiaggia mediterranea al mattino
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Passeggiando lungo le spiagge del Mar Mediterraneo, soprattutto nei mesi autunnali e invernali dopo le grandi mareggiate, capita spessissimo di imbattersi in curiose formazioni ovali o sferiche, simili a gomitoli di feltro vegetale compatto, che la fantasia popolare ha battezzato come polpette di mare o patate marine. Dal punto di vista scientifico, queste strutture prendono il nome di egagropili e rappresentano il frutto del ciclo vitale della Posidonia oceanica, la pianta marina simbolo delle acque limpide e temperate del nostro bacino. Un recente studio condotto dai ricercatori dell’ENEA e pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Environments ha acceso i riflettori su una funzione finora poco compresa di queste formazioni: la loro straordinaria capacità di intrappolare i residui plastici dispersi in mare, agendo come veri e propri filtri naturali. Dall’indagine è emerso che più di un’egagropila su tre raccolta lungo le coste della penisola contiene minuscoli frammenti plastici o fibre sintetiche, un dato che offre uno spaccato inedito sul destino dei polimeri nel nostro mare e sulla formidabile resilienza della natura.

Per comprendere a fondo la portata di questa scoperta, occorre chiarire la natura stessa della Posidonia oceanica, troppo spesso confusa con una comune alga. Si tratta in realtà di una vera e propria pianta superiore provvista di radici, fusto rizomatoso, foglie nastriformi che possono superare il metro di lunghezza, fiori e frutti conosciuti come olive di mare. Le praterie sommerse che questa specie endemica forma sui fondali sabbiosi rappresentano l’equivalente marino delle foreste pluviali: ossigenano costantemente la colonna d’acqua attraverso un’intensa fotosintesi, offrono rifugio e nutrimento a migliaia di organismi acquatici, stabilizzano i sedimenti prevenendo l’erosione delle spiagge e sequestrano enormi quantità di carbonio blu nel sottosuolo per millenni. Quando le foglie più vecchie si staccano alla fine della stagione vegetativa, i residui fibrosi dei loro fusti e delle loro guaine rimangono sul fondale, dove il movimento ondoso costante li modella progressivamente in sfere compatte fino a spingerli verso la battigia.

Durante questo lungo processo di rotolamento idrodinamico, la fitta trama di cellulosa e lignina delle fibre vegetali agisce come una sorta di nastro adesivo tridimensionale, catturando qualsiasi piccola particella solida sospesa nella colonna d’acqua circostante. I campionamenti effettuati dagli esperti dell’ENEA lungo diversi tratti del litorale italiano hanno evidenziato come gli scarti della nostra società dei consumi finiscano inevitabilmente per intrecciarsi con il tessuto stesso della vegetazione marina. Nelle sfere analizzate sono state rinvenute prevalentemente microplastiche, frammenti polimerici derivanti dalla degradazione di imballaggi monouso e soprattutto microfibre sintetiche provenienti dal lavaggio degli indumenti domestici che raggiungono il mare attraverso gli scarichi fognari non sufficientemente depurati.

La presenza di polimeri in oltre il trentatré per cento dei campioni esaminati racconta una doppia storia, complessa e densa di spunti di riflessione. Da un lato, il dato documenta in maniera inequivocabile la pervasività dell’inquinamento da plastica che affligge il Mar Mediterraneo, un bacino semichiuso in cui il ricambio delle acque richiede quasi un secolo e dove la densità demografica e turistica amplifica la dispersione di scarti non riciclati. Dall’altro lato, la ricerca evidenzia come gli ecosistemi marini sani posseggano meccanismi spontanei di mitigazione che la scienza sta appena iniziando a quantificare. Le praterie di Posidonia svolgono infatti una preziosa azione di bonifica naturale passiva, aggregando particelle microscopiche che altrimenti resterebbero sospese nei primi strati d’acqua, dove rappresenterebbero una minaccia diretta e letale per pesci, crostacei, molluschi filtratori e uccelli acquatici che potrebbero ingerirle scambiandole per plancton.

Una volta intrappolate all’interno della fitta matrice vegetale delle egagropili, le microplastiche subiscono un destino peculiare: vengono gradualmente sospinte verso la riva e depositate sulla spiaggia dalle onde. Questo fenomeno trasforma la Posidonia in un vettore biologico capace di trasferire l’inquinamento sintetico dal cuore del mare aperto alla terraferma, dove può essere intercettato e rimosso con maggiore facilità rispetto alle costosissime e complesse operazioni di bonifica in mare aperto. Le sfere spiaggiate si comportano dunque come un archivio storico e al contempo come un servizio ecosistemico di pulizia automatica che la biosfera ci offre a costo zero, evidenziando ancora una volta quanto sia cruciale proteggere l’integrità dei fondali sottomarini per garantire la salute complessiva dell’intero litorale.

Dettaglio di laboratorio con analisi scientifica delle fibre di una sfera di Posidonia e microplastiche

L’approccio innovativo dei ricercatori dell’ENEA risiede anche nell’aver validato le egagropili come strumenti eccezionali di biomonitoraggio non invasivo. Monitorare la concentrazione e la tipologia di microplastiche presenti nei mari richiede solitamente l’impiego di imbarcazioni oceanografiche, costose reti da strascico o complesse analisi sui tessuti di specie ittiche pescate appositamente. Al contrario, raccogliere ed esaminare le sfere di Posidonia depositate sul bagnasciuga consente di campionare ampie superfici marine senza interferire con la fauna vivente, senza prelevare organismi e senza impiegare combustibili fossili per le spedizioni in mare. Analizzando la composizione chimica dei polimeri intrappolati nei gomitoli, i biologi possono ricostruire con precisione l’impronta dell’inquinamento locale, tracciare l’efficacia dei sistemi di depurazione fluviale e identificare le principali fonti terrestri da cui i rifiuti hanno origine.

Questi risultati invitano a ripensare radicalmente il nostro rapporto con i depositi costieri di Posidonia, noti anche come banquette, ovvero gli imponenti cumuli di foglie e sfere che si formano lungo la linea di riva. Per molti anni, e purtroppo ancora in troppi comuni a vocazione balneare, questi accumuli sono stati considerati erroneamente come una sorta di sporcizia o un rifiuto molesto da rimuovere a tutti i costi con ruspe e mezzi pesanti per far spazio a distese uniformi di sabbia immacolata. Questo approccio distruttivo ha impoverito gli ecosistemi costieri, accelerando in maniera drammatica l’erosione delle spiagge, privando le dune di una naturale barriera ammortizzante contro le mareggiate e distruggendo habitat primari per numerosi invertebrati. La scoperta che le egagropili trattengono anche la plastica conferma che esse non sono rifiuti, ma veri e propri tesori ecologici che meritano una gestione attenta, sostenibile e circolare.

Una gestione moderna e lungimirante delle coste dovrebbe prevedere protocolli di pulizia manuale o a basso impatto, capaci di valorizzare la materia organica senza impoverire la spiaggia. In molti progetti virtuosi promossi lungo la penisola e nell’area mediterranea, le foglie e le egagropili raccolte in maniera controllata vengono studiate all’interno di percorsi di economia circolare. La cellulosa marina, una volta separata accuratamente dai residui plastici intercettati, può essere impiegata nella bioedilizia come eccellente isolante termico e acustico, trasformata in imballaggi compostabili, utilizzata per la produzione di carta ecologica o impiegata nella formulazione di ammendanti agricoli biologici. In questo modo, ciò che veniva considerato un costo economico e ambientale per i gestori balneari si trasforma in una risorsa preziosa per lo sviluppo di nuove filiere verdi e a chilometro zero.

Parallelamente alla valorizzazione delle biomasse marine, lo studio mette in risalto l’urgenza di chiudere il rubinetto dell’inquinamento da plastica alla sorgente. Sebbene la natura dimostri una stupefacente inventiva nel contenere e filtrare i nostri errori, non possiamo delegare alle praterie sommerse il compito insostenibile di smaltire tonnellate di rifiuti che continuiamo a immettere nei corsi d’acqua. Le direttive europee mirate alla riduzione delle plastiche monouso e il lavoro in corso per un trattato globale delle Nazioni Unite vincolante contro l’inquinamento plastico rappresentano tappe fondamentali, ma è altrettanto decisivo intervenire sulla progettazione dei prodotti industriali. L’adozione di filtri obbligatori nelle lavatrici commerciali e domestiche per trattenere le microfibre tessili, la promozione di materiali biodegradabili autentici e il potenziamento dei sistemi di depurazione secondaria e terziaria delle acque reflue sono misure non più rinviabili se vogliamo preservare il nostro mare.

Il ruolo della cittadinanza e del turismo responsabile si rivela altrettanto determinante per accompagnare questa transizione ecologica. Sapere che una singola sfera vegetale trovata sulla sabbia custodisce minuscoli filamenti di tessuto o frammenti di plastica cambia radicalmente la prospettiva con cui guardiamo alla spiaggia. Durante le passeggiate invernali o le iniziative di citizen science promosse dalle associazioni ambientali, i cittadini possono diventare parte attiva del cambiamento, raccogliendo i residui plastici affioranti e collaborando con i ricercatori attraverso la segnalazione dello stato delle praterie. Comprendere che ogni capo sintetico lavato male o ogni cannuccia dispersa nell’entroterra può finire nel cuore di una pianta marina centenaria alimenta un senso di connessione profonda tra i nostri gesti quotidiani e il destino del pianeta.

LaPosidonia oceanica continua a stupirci per la sua generosità biologica: polmone blu, culla della biodiversità, muraglia difensiva contro le tempeste e oggi persino spugna protettiva per i nostri rifiuti. La ricerca dell’ENEA ci consegna una lezione di fondamentale speranza e consapevolezza: gli ecosistemi naturali posseggono soluzioni ingegnose e armoniose per preservare l’equilibrio del pianeta, ma è nostro dovere morale e scientifico proteggere queste riserve di vita dalla distruzione. Custodire le praterie sommerse, rispettare i depositi naturali sulle spiagge e accelerare la transizione verso un modello economico a zero dispersione di materiali plastici significa garantire un futuro prospero e sostenibile non solo al meraviglioso Mar Mediterraneo, ma all’intera comunità umana che dalle sue acque trae da millenni nutrimento, cultura e bellezza.

Fonte: ENEA

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