
Scendere sotto la superficie dell’acqua nel golfo di Napoli e percepire il calore della roccia nuda semplicemente sfiorando il fondale marino. È l’esperienza fisica, tattile e spiazzante da cui parte la denuncia di Rosalba Giugni, presidente della Fondazione Marevivo, per accendere i riflettori su un fenomeno che sta alterando la biologia e la termodinamica del Mediterraneo. L’acqua attorno all’isola di Capri ha superato la soglia dei 30 gradi centigradi, perdendo la sua consueta limpidezza per assumere una torbidità innaturale e densa. Un segnale inequivocabile che anticipa i numeri raccolti in queste settimane dalla divisione subacquea dell’associazione ambientalista, impegnata a mappare un’anomalia termica di proporzioni inedite.
I dati provenienti dai monitoraggi effettuati dai centri immersione affiliati lungo le coste italiane restituiscono una radiografia esatta dello stato di stress in cui versa il nostro mare. I termometri dei sommozzatori hanno registrato picchi di 34 gradi in superficie, mantenendo valori compresi tra i 27 e i 30 gradi in una fascia batimetrica che va dai dieci ai venti metri di profondità. L’elemento tecnicamente più severo rilevato dalle squadre di Marevivo riguarda lo sprofondamento del termoclino, quello strato di transizione che separa le acque superficiali riscaldate dalla radiazione solare dalle masse d’acqua profonde e naturalmente più fredde. Attualmente, questa barriera termica si è abbassata fino a venticinque metri. Organismi bentonici, abituati da millenni a vivere a temperature stabili e ben inferiori, si trovano oggi esposti a uno stress termico continuo e fatale.
Le conseguenze di questo riscaldamento profondo si consumano lontano dagli sguardi, nel silenzio assoluto dei fondali. La percezione pubblica del disastro climatico è fortemente legata a immagini terrestri: incendi boschivi che divorano colline, letti di fiumi ridotti a pietraie, ghiacciai alpini che collassano a valle, asfalto rovente nelle metropoli. Le ondate di calore marine, al contrario, non producono fumo visibile dai satelliti né cenere che cade sulle città. L’acqua mantiene il suo colore azzurro e la sua apparente immutabilità, nascondendo un’alterazione chimico-fisica che sta ridisegnando la catena alimentare e la struttura degli habitat del bacino.
Sotto la superficie, la biologia del Mare Nostrum cede terreno. Le praterie di Posidonia oceanica, vero e proprio polmone verde sommerso e formidabile serbatoio di carbonio blu, vanno incontro a vasti fenomeni di sbiancamento. Sottoposte a temperature estreme, le foglie perdono pigmentazione, diventano quasi trasparenti e smettono di svolgere le loro funzioni vitali, privando innumerevoli specie ittiche di aree di rifugio e riproduzione. Parallelamente, le foreste di gorgonie, i grandi ventagli colorati che costituiscono l’impalcatura tridimensionale delle scogliere coralligene mediterranee, muoiono letteralmente asfissiate e bruciate dal calore anomalo dell’acqua. Diverse specie autoctone scompaiono da zone che hanno colonizzato per secoli, costrette a migrare verso latitudini più settentrionali o a inabissarsi ulteriormente alla ricerca disperata di correnti fredde, lasciando spazio a specie aliene termofile in grado di prosperare in queste nuove condizioni tropicali.
La distruzione degli habitat bentonici si lega a doppio filo con le dinamiche di sopravvivenza umana sulla terraferma. Gli oceani e i mari agiscono come il principale regolatore termico del pianeta Terra. Funzionano come un gigantesco radiatore globale, avendo assorbito finora la stragrande maggioranza del calore in eccesso generato dalle emissioni di gas climalteranti di origine antropica. Attraverso il complesso sistema delle correnti oceaniche, l’acqua immagazzina energia termica e la redistribuisce, mitigando il clima globale e determinando i regimi pluviometrici stagionali. Un mare che bolle, saturato di calore fino a 25 metri di profondità, perde progressivamente la sua efficienza in questo meccanismo di compensazione. L’energia immagazzinata dalle masse d’acqua si trasforma in carburante meteorologico, pronto a scaricarsi sulle coste sotto forma di temporali autunnali di violenza inaudita, alimentando fenomeni estremi come i medicane, gli uragani mediterranei.
Di fronte a questo scenario fisico, l’allarme lanciato dai vertici di Marevivo impone un cambio di paradigma nel dibattito sulle politiche climatiche europee e nazionali. L’agenda pubblica attuale appare fortemente orientata verso le tattiche di difesa passiva. Si progettano interventi urbani per ridurre la superficie cementificata, si stanziano fondi per implementare le infrastrutture verdi nei centri abitati, si studiano nuove rimodulazioni degli orari di lavoro per tutelare gli operai nei cantieri e si rafforzano le reti di assistenza sanitaria per proteggere le fasce demografiche vulnerabili dai colpi di calore. Misure dettate dall’estrema urgenza, ampiamente giustificate da un bilancio sanitario che conta 35 mila decessi associati alle temperature estreme registrati nel continente europeo. Numeri che, come sottolineato nella lettera aperta di Rosalba Giugni, delineano l’impatto di una guerra silenziosa, ricordando che in gioco non c’è una generica idea di natura, ma la tenuta della salute pubblica e della stabilità sociale.

Tuttavia, concentrare le risorse pubbliche esclusivamente sulle strategie di sopravvivenza innesca un cortocircuito politico letale. Adattarsi alla nuova normalità climatica significa, di fatto, rassegnarsi a un deterioramento continuo delle condizioni di vivibilità. Progettare metropoli capaci di resistere a 45 gradi all’ombra risolve un’emergenza a breve termine, ma non disinnesca il meccanismo che porterà la temperatura a salire ulteriormente nei decenni a venire. La mitigazione rimane l’unica leva operativa in grado di evitare che il collasso degli ecosistemi marini e terrestri diventi irreversibile. Un’azione reale richiede interventi macroeconomici drastici per abbattere le emissioni di anidride carbonica e metano alla radice.
La transizione ecologica non ammette più tempi di latenza. Occorre una rottura definitiva e programmata con l’economia basata sull’estrazione e il consumo dei combustibili fossili, accelerando l’infrastrutturazione delle reti elettriche per accogliere grandi quote di energia prodotta da fonti rinnovabili. Parallelamente, le filiere produttive necessitano di una conversione profonda: dalla riprogettazione in chiave sostenibile e a basso impatto carbonico del sistema agroalimentare globale, che impatta enormemente sugli sversamenti di nutrienti nei mari, fino all’adozione sistematica dei principi dell’economia circolare per azzerare l’estrazione di materie prime vergini e il conseguente rilascio di inquinanti industriali. Proteggere gli oceani e difendere la biodiversità marina non è un capitolo separato dell’azione politica, ma il prerequisito fondamentale per mantenere la terraferma abitabile.
Eppure, il quadro geopolitico remargina le spinte riformiste. I piani di decarbonizzazione faticano a tradursi in legislazioni vincolanti, bloccati dalle resistenze strutturali delle industrie fossili e costantemente marginalizzati da un’attualità internazionale segnata da conflitti armati ad alta intensità, distruttivi dal punto di vista umanitario e devastanti per i loro livelli di inquinamento. In questo contesto di frammentazione, i richiami alla responsabilità collettiva verso gli ecosistemi rischiano di cadere nel vuoto di un dibattito pubblico distratto dalle emergenze quotidiane.
La fondazione Marevivo, operante sul campo da oltre quarant’anni con una fitta rete di ricercatori, biologi marini, operatori subacquei ed educatori, documenta una storia fatta di vittorie sul fronte della tutela ambientale: dall’istituzione di aree marine protette alla modifica delle normative sugli scarichi navali, fino alla formazione ecologica di migliaia di studenti. I successi parziali della conservazione locale vengono però oggi soverchiati dall’onda d’urto di un riscaldamento sistemico che non conosce confini amministrativi. Il calore dell’acqua non si ferma davanti ai perimetri delle riserve marine. Le boe di delimitazione non possono schermare i coralli dalle temperature di 34 gradi.
Il quesito posto al centro del dibattito dall’organizzazione rovescia la narrazione rassicurante a cui siamo abituati. I mesi appena trascorsi hanno segnato record termici su tutta la penisola, ma l’estate del 2026 potrebbe non essere ricordata negli archivi meteorologici come l’apice di un’anomalia temporanea. Al netto delle attuali proiezioni di emissione, rischiamo di guardare a questa stagione, tra vent’anni, come a una delle ultime estati relativamente fresche e miti della storia del pianeta. La traiettoria di riscaldamento del Mediterraneo indica un piano inclinato in cui ogni decimo di grado aggiuntivo provoca danni esponenziali agli organismi marini bentonici e pelagici.
Alle constatazioni di principio e agli auspici fatalisti sul futuro del clima, la rete dei ricercatori contrappone la solidità dell’approccio empirico. I registri termici e le misurazioni batimetriche raccolte dai diving center lungo i chilometri di costa italiana verranno ora trasferiti integralmente agli istituti di ricerca. Mappare con precisione millimetrica l’entità dello sbiancamento delle alghe calcaree, la mortalità delle gorgonie e lo spostamento verso il basso del termoclino fornisce alla comunità scientifica i dati fisici necessari per calibrare i nuovi modelli matematici di impatto climatico.
La diagnosi politica dettata dai fondali fissa termini temporali rigidi. Il margine tecnico per intervenire sulle cause profonde del riscaldamento degli oceani si misura oramai in anni, restringendo il campo d’azione e annullando ogni giustificazione per ulteriori rinvii nei calendari della decarbonizzazione globale. Abbandonare le acque del Mediterraneo al proprio destino termico equivale a rinunciare alla protezione delle coste, del clima e dell’economia che ne derivano, scaricando il peso dell’inazione su un ecosistema arrivato oltre la soglia del collasso fisico.




































