La ricerca al servizio delle foreste: il loro futuro è nelle nostre mani

Un interessante progetto di Università della Basilicata, Cnr, Legambiente e Wwf promuove la salvaguardia delle aree forestali per preservarne la biodiversità

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© Michele Colangelo

“Troppo preziose per perderle”, è questo lo slogan scelto per l’edizione 2020 della Giornata Internazionale delle foreste promossa dall’Onu, che mette in luce l’indissolubile unione tra foreste e biodiversità. La Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per il cibo e l’agricoltura, ricorda inoltre come le foreste siano uno scrigno di biodiversità terrestre costituendo l’habitat di circa 60 mila specie di piante.

Per diversi millenni le superfici forestali sono state utilizzate in maniera indiscriminata secondo le esigenze dell’uomo. Grazie alla loro unicità le foreste rappresentano un’opportunità unica di studio all’interno delle quali è possibile promuovere azioni di monitoraggio della biodiversità e preservare “archivi naturali” per effettuare studi scientifici. I prossimi anni saranno dunque fondamentali per riaffermare l’importanza e la centralità delle foreste in relazione al fenomeno del climate change.

A causa dell’aumento delle temperature, dell’alterazione delle precipitazioni e di eventi meteorologici sempre più estremi e frequenti, il cambiamento climatico sta già avendo un impatto sulle foreste. Le variabili climatiche e la loro interazione con l’insorgenza di fenomeni di declino sono i principali fattori che influenzano le specie forestali e le dinamiche delle comunità da loro dipendenti sia a breve termine, ad esempio influenzando la crescita e il ciclo riproduttivo degli alberi, che a lungo termine, inducendone spostamenti nella distribuzione sia latitudinale che altitudinale.

Negli ultimi anni la ricerca scientifica, sia a livello nazionale che internazionale, ha dedicato ampia attenzione allo studio di tali fenomeni. Centinaia sono i casi di foreste con evidenti segni di deperimento segnalati nell’area Mediterranea, sopratutto in Spagna e Italia, negli ultimi decenni. Da qui la necessità di studi volti ad acquisire nuove conoscenze su quanto ormai da tempo viene osservato per diverse specie forestali.

Un caso emblematico è rappresentato dai querceti planiziali, in termini di diffusione del fenomeno di declino e mortalità. Nonostante il molteplice valore dei querceti planiziali sia attualmente riconosciuto, si tratta di formazioni che in passato sono state oggetto di sfruttamento intensivo che ne ha spesso ridotto l’estensione e frammentato la distribuzione, rendendo il sistema estremamente fragile.

© Maria Castellaneta

Ne è un esempio la Riserva Regionale Orientata “Bosco Pantano” di Policoro che custodisce al suo interno la testimonianza di quella che fu una delle formazioni planiziali forestali più interessanti dell’Italia Meridionale e probabilmente uno dei pochissimi lembi rimasti nel sud-Europa. Un vero spettacolo della natura, capace di affascinare i viaggiatori stranieri in visita nel Mezzogiorno d’Italia sin dall’antichità.

«Una foresta sacra… dominata dal silenzio e dall’oscurità misteriosa che regna sotto le immense querce vecchie come il mondo… popolata da una folla pacifica di animali e di ogni specie di selvaggina; dai cinghiali….. per non parlare delle martore e degli scoiattoli di cui vedemmo una gran quantità passeggiare sulle nostre teste, di albero in albero».

Questa fu la descrizione che lo scrittore e archeologo francese Richard de Saint-Non utilizzò per rappresentare proprio il Bosco Pantano di Policoro alla fine del 1700. “L’immaginazione subiva un fascino che era fatto per metà di paura, non avevo mai visto un bosco incantato…”: con queste espressioni invece il narratore e saggista inglese George Gissing volle descrivere la foresta jonica.

© Francesco Ripullone

Un luogo al di fuori del tempo, quasi fiabesco: è questo che ancora oggi si percepisce percorrendo la parte del bosco rimasta ancora quasi intatta, ma che rischia di scomparire. L’obiettivo della ricerca e, nello specifico, del progetto “L’ultima foresta incantata”, è proprio quello di salvare il bosco igrofilo e la sua specie simbolo che è la farnia (Quercus robur L.).

Tale progetto, finanziato da Fondazione con il Sud, vede il coinvolgimento di diversi partner: Università degli Studi della Basilicata ma anche Consiglio Nazionale delle Ricerche, Legambiente, WWF, Provincia di Matera ed altre associazioni no-profit. Una serie di interventi di varia natura verranno messi in atto per ripristinare e preservare i luoghi di una volta e soprattutto per renderli accessibili e fruibili.

© Francesco Ripullone

Altro esempio virtuoso è rappresentato dal “Progetto ResQ-Deperimento della quercia nei boschi planiziali: studio multidisciplinare per la selezione di risorse genetiche resistenti”, promosso dalla Regione Lombardia. Nel Parco del Ticino, il fenomeno del deperimento della farnia (Quercus robur L.) è iniziato già alla fine degli anni 90’, interessando migliaia di ettari di bosco. Si tratta di luoghi di grande interesse da un punto di vista naturalistico e forse uno dei pochi esempi di foreste naturali rinvenibili ancora nella Pianura Padana.

L’obiettivo del progetto è proprio quello di studiare e comprendere le cause del deperimento per poi intervenire per migliorare la resilienza di queste foreste. Due progetti che hanno un comune denominatore: salvaguardare e ripristinare queste aree attraverso lo studio e il monitoraggio. Da questo emerge l’importanza della ricerca come elemento fondamentale di conoscenza dei sistemi forestali e delle dinamiche ad essi connesse. Soltanto un approccio di questo tipo può dare le informazioni necessarie per poter intervenire e “salvare” questi ambienti forestali di straordinaria importanza e bellezza.