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Svelato il motore della fotosintesi: un solo sentiero per trasformare la luce in energia

Una ricerca internazionale a guida italiana risolve un dibattito decennale sulle tempistiche del processo molecolare. L'elettrone segue una singola via, ma è l'ambiente circostante a determinare la velocità della reazione. La scoperta getta le basi per i sistemi solari del futuro.

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Dettaglio macro di una foglia verde colpita da un raggio di sole, simbolo della fotosintesi clorofilliana
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Un raggio di luce colpisce una foglia. In un intervallo di tempo che oscilla tra poche centinaia di femtosecondi e alcuni picosecondi, un fotone viene assorbito e la sua energia luminosa si trasforma in energia chimica. Questa frazione infinitesimale di secondo innesca il motore biologico più grande e complesso del pianeta. Per decenni, fisici e chimici hanno osservato questo evento primario misurando velocità variabili e apparentemente caotiche, senza riuscire a fornire una spiegazione univoca. Oggi, uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Nature Communications offre una risposta definitiva al mistero delle tempistiche fluttuanti, ridisegnando la nostra comprensione dell’intero processo.

A risolvere l’enigma è un team di ricerca che coinvolge l’Istituto Nanoscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr Nano) di Modena, la Princeton University, l’Università dell’Aquila e il Max Planck Institute. I ricercatori hanno dimostrato che la variabilità dei tempi non dipende dall’esistenza di percorsi chimici alternativi, come teorizzato fino ad oggi. Il tracciato seguito dall’elettrone per avviare la fotosintesi è sempre lo stesso. A cambiare, in modo frenetico e continuo, è l’ambiente molecolare circostante.

Per afferrare la portata della scoperta occorre immergersi nell’architettura microscopica delle piante. Al centro del processo c’è il Fotosistema II, un gigantesco complesso molecolare che funge da vera e propria antenna solare. Quando questo sistema cattura un fotone, un elettrone viene sbalzato da una molecola all’altra all’interno del centro di reazione. L’evento prende il nome di separazione primaria di carica. Si tratta del momento esatto in cui l’energia immateriale della luce viene intrappolata nella materia chimica, pronta per alimentare la lunga e complessa catena di reazioni che terrà in vita l’organismo vegetale.

Gli strumenti di misurazione sperimentale hanno sempre restituito una cronometria irregolare per questo passaggio. La misurazione dei femtosecondi, unità di misura equivalente a un milionesimo di miliardesimo di secondo, ha costantemente mostrato forti escursioni temporali. La comunità scientifica, disorientata dalle diverse scale registrate nei laboratori di mezzo mondo, aveva formulato l’ipotesi più logica: se i tempi variano in modo così drastico, devono esistere per forza strade diverse all’interno della struttura. Si ipotizzava un sistema di vie parallele, ognuna con i propri ostacoli, le proprie trappole e le proprie scorciatoie.

“In altre parole, si riteneva che l’elettrone potesse seguire vie differenti all’interno del Fotosistema II, ciascuna caratterizzata da tempi propri”, spiega Laura Zanetti Polzi, ricercatrice del Cnr Nano. L’approccio adottato dal nuovo studio smonta radicalmente questa visione pluridecennale.

Per illustrare la meccanica del fenomeno, la ricercatrice ricorre a un’immagine visiva chiara. “Possiamo immaginare il trasferimento dell’elettrone come l’attraversamento di un bosco per andare da un rifugio a un altro”, precisa Zanetti Polzi. “Per anni si è pensato che esistessero sentieri diversi e di lunghezza diversa. I nostri risultati suggeriscono invece che il sentiero sia sostanzialmente uno solo: il tempo necessario a percorrerlo dipende dalle ‘condizioni del terreno‘. Fuori di metafora, il percorso reattivo resta lo stesso, ma cambiano continuamente le condizioni in cui viene percorso”.

Il traguardo non è stato raggiunto scrutando attraverso le lenti di un microscopio tradizionale, insufficiente per catturare dinamiche così rapide. L’indagine ha richiesto un approccio interamente computazionale di altissimo livello. I ricercatori hanno costruito simulazioni avanzate per replicare la realtà a livello atomico, incrociando i massicci dati della dinamica molecolare con i rigorosi calcoli della chimica quantistica e la modellizzazione cinetica. Hanno ricostruito l’ambiente interno del Fotosistema II all’interno di un ambiente virtuale elaborato da supercomputer, osservando le molecole muoversi, vibrare e interagire in tempo reale.

Questo imponente sforzo di calcolo ha permesso di isolare i veri responsabili delle variazioni di velocità: l’acqua e il movimento incessante della struttura proteica. Il paesaggio molecolare in cui viaggia l’elettrone non è un’autostrada statica di asfalto rigido. È un ambiente fluido, caotico, soggetto a microscosse continue e rimodellamenti termici.

Monitor di un computer in un laboratorio di ricerca che mostra la struttura 3D di una molecola complessa

Matteo Capone, parte del team di ricerca del Cnr Nano, dettaglia la dinamica osservata dai calcolatori. “Le continue fluttuazioni della complesso Fotosistema II e la riorganizzazione delle molecole d’acqua modificano localmente le condizioni della reazione, rendendo il trasferimento dell’elettrone più rapido o più lento e spiegando così le diverse scale temporali osservate negli esperimenti”.

L’acqua agisce come un modulatore attivo, quasi un direttore d’orchestra invisibile. Le sue molecole si riorganizzano costantemente attorno alle proteine, alterando i campi elettrici locali e creando attrito o, al contrario, agevolando il passaggio della carica. Un fotone può colpire la foglia nel momento esatto in cui le molecole d’acqua formano una configurazione geometricamente favorevole, garantendo una separazione di carica fulminea. Un istante dopo, un assetto leggermente diverso richiederà qualche picosecondo in più per far transitare l’elettrone.

La portata di questi risultati supera ampiamente i confini della botanica e della biologia vegetale. Comprendere i meccanismi quantistici di base della fotosintesi significa decifrare il manuale di istruzioni del convertitore di energia più collaudato dell’universo. Le piante perfezionano questa tecnologia da miliardi di anni. Catturano l’energia solare, la stabilizzano ed evitano la dispersione termica con un’efficienza che i nostri moderni pannelli fotovoltaici possono solo rincorrere da lontano.

Attualmente, le tecnologie per lo sfruttamento dell’energia solare si basano su materiali a stato solido, come le celle in silicio. Si tratta di sistemi per natura statici, ingegnerizzati dall’uomo per opporre la minima resistenza possibile al flusso di elettroni attraverso una griglia cristallina. Eppure, la natura ci mostra una strategia concettualmente opposta e vincente. Il Fotosistema II sfrutta un ambiente instabile, fluttuante e liquido per gestire l’energia in modo plastico e resiliente, adattandosi alle continue perturbazioni esterne senza mai perdere colpi.

La scienza dei materiali guarda a queste scoperte con estremo interesse. Entra in gioco la biomimetica, la disciplina che analizza le soluzioni ingegneristiche della natura per applicarle alla tecnologia umana. Mappare il modo in cui una matrice fluida di molecole d’acqua e proteine regola il flusso di elettroni permette di concepire materiali artificiali che imitino lo stesso esatto principio. Non più architetture monolitiche e rigide, ma sistemi dinamici capaci di modulare le reazioni chimiche in tempo reale, auto-ottimizzandosi a seconda dell’esposizione luminosa e della temperatura ambientale.

“In prospettiva, queste conoscenze potranno ispirare lo sviluppo di sistemi biomimetici per la conversione dell’energia solare, nei quali anche l’ambiente circostante partecipi attivamente al controllo delle reazioni, come avviene nei sistemi biologici”, sottolinea Capone.

La transizione ecologica e l’abbandono delle fonti fossili impongono una ricerca serrata verso nuove forme di energia pulita e materiali sostenibili. Costruire celle solari o sistemi di fotosintesi artificiale ispirati a questo meccanismo naturale significherebbe creare dispositivi capaci di generare combustibili puliti, come l’idrogeno verde, partendo unicamente da radiazione luminosa e acqua. Si tratta di replicare il respiro degli alberi, ottimizzandolo per alimentare le reti industriali urbane.

Il lavoro del Cnr Nano e degli istituti partner dimostra che la chimica quantistica e le simulazioni computazionali avanzate sono diventate la chiave di volta per decriptare le regole fisiche del nostro pianeta. Riuscire a modellizzare sistemi di questa scala spinge in avanti i limiti della ricerca informatica e chimica, unendo discipline che fino a pochi anni fa procedevano su binari separati.

La natura non ricorre a strade alternative per compensare gli ostacoli o gli imprevisti. Ottimizza un unico percorso, rendendo il caos molecolare e l’ambiente circostante parte integrante e funzionale del sistema. La progettazione delle tecnologie green del domani ha ora una nuova direttiva da seguire: smettere di concentrarsi solo sulle particelle in viaggio, per iniziare a governare il paesaggio fluido su cui si muovono.

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