Sostenibilità, il ripristino di ecosistemi danneggiati migliora la qualità di vita

La rinaturalizzazione, in inglese rewilding, è un approccio progressivo al ripristino degli ecosistemi che permette loro di risanarsi favorendo un incremento della biodiversità

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© Sacca di Goro, progetto Life AGREE - Istituto Delta

Il decennio 2021-2030 è stato battezzato dalle Nazioni Unite come quello dedicato al ‘ripristino degli ecosistemi in ogni continente e ogni oceano’. Il risanamento degli ecosistemi danneggiati, infatti, potrebbe giocare un ruolo essenziale nella lotta alla povertà e al cambiamento climatico.

A tal proposito, negli ultimi anni, sta prendendo sempre più piede il movimento per la rinaturalizzazione – tradotto dall’inglese rewilding, non rendendo tuttavia piena giustizia al termine originale che rimanda alla componente più selvaggia e originaria della natura – un approccio progressivo al ripristino degli ecosistemi danneggiati, permettendo loro di risanarsi naturalmente e favorendo un incremento della biodiversità, sia vegetale che animale.

“Le tecniche di intervento a basso impatto ambientale basate sull’utilizzo di materiali naturali risultano le migliori in quanto tendono a conciliare gli obiettivi di sicurezza del territorio con gli obiettivi di conservazione delle valenze naturalistiche”, ha spiegato la ricercatrice Anna Di Noi in un rapporto dell’Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale (ISPRA).

Essenzialmente, tale approccio riporterebbe la natura a uno stato in cui possa badare a se stessa senza l’intervento umano, o quasi. “Il ripristino di un ecosistema è un processo dinamico naturale, ma innescato artificialmente, molto complesso e delicato e che può essere avviato soltanto dopo aver condotto studi e ricerche approfondite sulle condizioni originali dell’ecosistema”, ha evidenziato Di Noi.

Inoltre, l’idea del rewilding è radicale ed interessante perché potrebbe essere una potente soluzione per mitigare il cambiamento climatico aiutando a ridurre il carbonio nell’atmosfera. Uno studio recentemente pubblicato sulla rivista scientifica Nature ha dimostrato come il ripristino di anche solo il 15% dei territori deteriorati potrebbe rimuovere dall’atmosfera quasi un terzo di tutti gli eccessi di carbonio emessi dall’inizio della Rivoluzione Industriale.

© Roberto Fabbri

In Italia esistono già numerosi progetti di ripristino degli ecosistemi danneggiati. L’Istituto Delta è uno dei più eminenti nel campo e vanta svariati progetti di successo, soprattutto nel delta del Po’. “Nello specifico lavoriamo sulle zone umide, in quanto contribuiscono a numerosissimi servizi ecosistemici di cui fruisce anche l’uomo, a volte persino in modo inconscio”, ha detto il Dott. Graziano Caramori, biologo dell’istituto, in un’intervista a SmartGreen Post.

Molta enfasi viene posta sulle tempistiche di questi processi rigenerativi. Un ripristino efficace mostra i primi effetti già dopo una sola stagione vegetativa, mentre per risultati più duraturi si attendono all’incirca 2-3 anni. “Fondamentale per un qualsiasi tipo di sviluppo sostenibile è il rinnovo delle risorse. Fondamentale però è anche che questo rinnovo avvenga in tempi sensati per gli esseri umani”, ha spiegato Caramori.

© Lago Pratignano – S. Stefanelli

Inoltre, l’intervento per riportare il luogo alle condizioni iniziali deve sempre adottare un approccio olistico. “Il sistema funziona solo quando tutte le sue componenti funzionano, anche quelle meno visibili”, ha puntualizzato Caramori. “Un esempio su tutti, gli invertebrati o i piccoli organismi che normalmente fanno meno presa sull’opinione pubblica, non sono per questo meno importanti”.

Fra i progetti su territorio italiano portati avanti dall’Istituto Delta, c’è Life AGREE che ha riguardato la Sacca di Goro, una laguna salmastra del fiume Po’. Iniziato fisicamente nel 2014 e con risultati già a partire dal 2015, il progetto ha riequilibrato l’idrodinamica e l’habitat della laguna, ripristinando non solo la biodiversità dell’area, ma anche ottenendo un grosso impatto dal punto di vista economico in termini di produzione di vongole veraci nella zona. “Quando si ha un effetto tangibile come in questo caso, è più semplice divulgare e far comprendere i benefici della rinaturalizzazione”, ha commentato Caramori.

© Sacca di Goro – Progetto Life AGREE – Istituto Delta

Essenziale quindi è comprendere che, alla base di ogni ripristino di ecosistemi degradati, esiste una profonda interconnessione fra più livelli e, da qui, l’iniziativa delle Nazioni Unite di dedicare questo decennio al ripristino degli ecosistemi. Investire in processi di rinaturalizzazione, infatti, non apporterebbe unicamente benefici ambientali e visibili, ma ricoprirebbe anche un ruolo essenziale nel miglioramento della qualità della vita e nel mitigare il cambiamento climatico.