Alberi: avversari e succubi del cambiamento climatico

Le funzioni degli alberi sono ormai di dominio pubblico e sotto l’osservazione di tutti. La loro presenza mitiga gli effetti dei cambiamenti climatici, questo è assodato, ma piantare alberi non è sufficiente se dietro questa iniziativa non vi è progettazione, gestione e monitoraggio.

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Le ondate di siccità e calore hanno caratterizzato non solo la scorsa stagione estiva, ma anche quella autunnale. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) il caldo torrido dell’estate 2022 ha causato almeno 15mila morti in Europa: «lo stress da caldo è la principale causa di morte correlata alle condizioni meteorologiche nella regione europea» e «le temperature estreme possono anche esacerbare patologie croniche come le malattie cardiovascolari, respiratorie e cerebrovascolari, o condizioni legate al diabete», sostiene Hans Kluge (direttore regionale dell’OMS per l’Europa) durante la Conferenza delle Nazioni Unite sul climate change tenutasi lo scorso novembre a Sharm el-Sheikh. In Italia si è verificato un aumento del 20% dei decessi tra la popolazione anziana e i relativi dati ISTAT indicano una forte dipendenza tra mortalità e temperature estremamente alte dello scorso luglio. Il caldo da record è stato registrato anche in autunno con temperature anormalmente oltre la media stagionale: picchi diurni di 25°C (e oltre) sono stati registrati ad esempio in Sardegna e in generale, valori tipicamente estivi compresi tra 6 e 10 gradi oltre la media. Il 2022 è stato l’anno più caldo degli ultimi 200 anni, alla stregua di una “interminabile estate”, segnando temperature dell’aria e delle acque del Mediterraneo eccezionali e preoccupanti. Le conseguenze sono molteplici e si “materializzano” nello scioglimento dei ghiacciai e nella riduzione della risorsa idrica, nella diffusione di epidemie tra gli uomini, nella propagazione di fitopatologie e nelle “migrazioni” delle comunità vegetali.

Quest’ultimo aspetto può essere approfondito partendo dal concetto di “Fitosociologia”, ovvero una branca della fitogeografia che studia le comunità vegetali per ottenere un indicatore ambientale attraverso l’osservazione delle “associazioni vegetali”, intese come raggruppamenti di piante con caratteri floristici, ecologici e corologici più o meno costanti nel tempo. Quindi le “comunità vegetali” sono un insieme di specie vegetali interagenti, in uno spazio definito, grazie ad esigenze ecologiche simili che ne rendono possibile la convivenza e la competizione. Il cambiamento climatico incide sulle comunità vegetali modificandone le funzionalità e composizioni nel tempo. Il caldo eccezionale di ottobre non è passato inosservato agli alberi, ma anzi ha causato un prolungamento dell’attività fotosintetica e quindi della stagione vegetativa a discapito del riposo vegetativo, fase di latenza indispensabile per la sopravvivenza delle piante e per la loro successiva fioritura che, se anticipata, subirà inevitabilmente il gelo tipico della stagione invernale. In sintesi, gli alberi rispondono al cambiamento del clima attraverso alcune strategie, tra cui:

  • Adattamento: cambiamento a lungo termine, irreversibile e permanente, che avviene gradualmente e lentamente provocando trasformazioni anche genetiche.
  • Acclimatizzazione: cambiamento a breve termine, reversibile o temporaneo, esercitato rapidamente e senza alcun impatto sulla componente genetica.
  • Migrazione: lenti spostamenti delle piante e conseguente cambiamento della composizione e densità delle stazioni vegetali nonché frammentazione degli habitat.

Come gli uomini, anche gli alberi migrano verso luoghi più ospitali seppur in maniera molto lenta. La migrazione è sempre avvenuta, basti pensare alle epoche glaciali che hanno indotto le foreste a spostarsi in cerca di un clima favorevole alla loro crescita. In particolare, alcuni studi relativi alla risalita verso le cime da parte di alcune specie vegetali, a causa del riscaldamento globale, distinguono le “piante a migrazione veloce” (fast migrant) dalle “piante a migrazione lenta” (slow migrant) poiché le prime hanno un tasso di risalita pari a 58,7 m/decade, mentre le seconde di circa 13 m/decade. È chiaro che non si “muovono” i singoli alberi, ma si verifica una eccezionale dispersione di semi. Le specie a migrazione veloce sono provviste di semi molto leggeri oppure di strutture che ne favoriscono la dispersione anemofila, cioè per mezzo del vento; i semi delle piante a migrazione lenta vengono definiti tali poiché più pesanti e in grado di disperdersi nell’ambiente in tempi più lunghi rispetto alle prime. Potrebbe sembrare un processo semplice, in realtà non tutti i semi sono in grado germinare e di dar vita a una nuova pianta. Il problema, rispetto al passato, risiede nella velocità del riscaldamento climatico che potrebbe di gran lunga sopravanzare la velocità media (secondo alcuni studi pari a 1,5 metri all’anno) delle foreste di spostarsi in luoghi idonei alla loro permanenza, bloccandole in luoghi inospitali in cui la loro sopravvivenza è fortemente compromessa. La conseguenza allarmante di queste tempistiche divergenti è fondamentalmente la frammentazione degli ecosistemi forestali e l’immiserimento specifico che potrebbe concretizzarsi con l’estinzione di alcune specie locali e con un grave depauperamento di biodiversità. Tra gli effetti nocivi del repentino mutamento del clima, sulle specie vegetali, si può riscontrare anche l’insorgenza di molteplici fitopatologie indotte da fitopatogeni (i principali patogeni vegetali sono virus, fitoplasmi, batteri, oomiceti e funghi). Il surriscaldamento globale contribuisce alla proliferazione di fitopatogeni in aree in cui non vivrebbero in condizioni di “normalità” e sono in corso studi scientifici relativi all’interconnessione tra agente patogeno, pianta (ospite) e ambiente contraddistinto, adesso, dall’incremento di siccità e calore.

Dall’altra parte, alberi e foreste contrastano la crisi climatica mitigandone gli effetti. Infatti, le foreste ricoprono numerose funzioni ampiamente divulgate negli ultimi tempi: funzione protettiva, produttiva, turistico ricreativa, naturalistica-ambientale. Gli alberi, con le loro chiome, intercettano la pioggia trattenendo l’acqua e riducono la possibilità di inondazioni e frane, generano legname e altri prodotti del sottobosco, consolidano suoli e versanti, limitano l’inquinamento acustico e i gas serra producendo ossigeno. Con la sottrazione dei gas serra dall’atmosfera (in particolar modo la C02) e il loro immagazzinamento, le foreste attenuano i fenomeni naturali estremi contribuendo alla regolazione del clima. Secondo i dati dell’Inventario Forestale Nazionale INFC2015, le foreste ricoprono il 36,7% del territorio italiano e il carbonio organico sequestrato ammonta a 569 milioni di tonnellate: circa 539 milioni di tonnellate nella parte epigea delle specie legnose (vegetazione legnosa alta almeno 50 centimetri) e 30 milioni di tonnellate nel legno morto.

L’obiettivo della misura “Tutela e valorizzazione del verde urbano ed extraurbano” del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è di piantare 6,6 milioni di alberi entro il 2024 per combattere la crisi climatica, tuttavia, dopo l’entusiasmo iniziale, forse la questione merita maggiore attenzione e riflessione. L’errore comune è quello di soffermarsi sulla “quantità” piuttosto che sulla “modalità”: è inefficace pensare alla diffusione degli alberi senza valutare la loro vocazione ambientale o mettere in atto strategie di pianificazione e monitoraggio degli stessi. Non tutti gli alberi possono essere piantati ovunque poiché ogni ambiente ha delle caratteristiche proprie che rendono possibile la presenza di alcuni alberi piuttosto che altri: se si perde di vista questo semplice concetto è alquanto facile passare da vantaggi a svantaggi e si potrebbero arrecare danni che graverebbero significativamente ed ulteriormente sull’ecosistema. È quindi necessario piantare gli alberi giusti! Inoltre, piantare senza monitorare e pianificare accuratamente gli interventi da attuare porterebbe alla presenza di alberi che non adempiono allo scopo per cui sono stati messi a dimora: un albero non curato potrebbe presto soccombere sotto l’azione del vento oppure risultare il principale vettore di patologie tra le altre specie vicine. Il progresso tecnologico consente di eseguire il “monitoraggio forestale” attraverso i Tree Talker, ossia strumenti dotati di sensori in grado di rilevare i diversi parametri eco-fisiologici degli alberi come la temperatura, l’umidità, l’evapotraspirazione, l’attività di fotosintesi e il trasporto idrico dalle radici alla chioma fogliare. In tal modo gli alberi “ci parlano”, comunicandoci il loro stato di salute e suggerendoci possibili interventi realizzabili e finalizzati alla corretta gestione degli stessi. Gli alberi hanno anche un altro modo per comunicare il loro stato di salute e gli effetti della crisi climatica a seconda di quanto si accrescono le cerchie annuali. Ad esempio ad anni con clima sfavorevole corrispondono anelli più stretti e ad anni con clima più favorevole corrispondono anelli più larghi. Per cui il legno è da considerare un archivio prezioso di informazioni anche per le ricostruzioni del clima passato. In sostanza, piantare e curare gli alberi può aiutarci a contrastare il declino ambientale, ma ciò non basta soprattutto se le abitudini e le azioni impattanti dell’uomo rimangono le stesse. Gli alberi possono attenuare il problema, ma non risolverlo del tutto senza la nostra cooperazione.

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Tra i benefici delle foreste si annoverano sicuramente quelli legati alla presenza degli alberi in città, i quali sono in grado di fornire un fresco riparo dalla calura estiva, di abbassare la temperatura dell’asfalto, di catturare lo smog e di arricchire l’architettura dell’ambiente urbano. Anche in questo caso, non tutti gli alberi possono adornare le nostre città. Coldiretti ha stilato un elenco di piante “mangia smog”, cioè abili più di altre nella cattura degli inquinanti presenti in atmosfera: Acero riccio, Ginkgo biloba, Ontano nero, Olmo comune, Tiglio selvatico e Frassino comune sarebbero le specie più indicate per la ripulitura dell’aria attraverso l’assorbimento di notevoli quantitativi di anidride carbonica e polveri sottili come le PM10. Il rapporto ISTAT “Rilevazione Dati ambientali nelle città”, reso pubblico nell’aprile 2022, fornisce una serie di “prescrizioni e norme per la tutela, manutenzione e fruizione del verde, pubblico e privato, presente sul territorio comunale, nonché indirizzi progettuali per aree verdi di futura realizzazione” poiché gli alberi dimorati in ambiente urbano necessitano di ispezione e controllo periodico per scongiurare spiacevoli inconvenienti ripercuotibili sulla salute e sull’incolumità pubblica. Emerge nuovamente l’importanza della gestione e del monitoraggio alla stregua di una semplice messa a dimora. Infatti, piantare alberi nello spazio urbano presuppone anche la conoscenza di specie molto allergeniche o di quelle le cui radici assai imponenti risulterebbero invasive per le strade al punto tale da creare dissesti nella pavimentazione. Tenuto conto di queste condizioni, la presenza ottimale degli alberi arricchisce la vita nelle nostre città. Basti pensare che il verde urbano è garante di maggior apprezzamento delle strutture circondate da strade alberate. Infatti, grazie alle loro funzioni e al loro valore ornamentale, gli alberi valorizzano gli immobili nelle vicinanze rendendoli più appetibili sul mercato. Inoltre, la presenza degli alberi migliora la psiche e l’umore abbassando i livelli di stress e ansia e il verde urbano favorisce le occasioni di socialità all’aperto.

È sempre più adottata la pratica terapeutica giapponese dello Shinrin-Yoku o Bagno nella foresta secondo la quale passeggiare in bosco, o in zone verdi, stimola l’effetto “Biofilia”,ossia l’innata attrazione dell’uomo nei confronti della natura per la quale prova amore (il termine “Biofilia” deriva dal greco ed è tradotto come “amore per la vita”). Una ricerca svedese ha dimostrato che il livello di concentrazione e attenzione – dei bambini in età prescolare – sia superiore in ambienti aperti e naturali piuttosto che in aula al chiuso, ma anche il livello di coordinazione motoria ne risulta migliorato. La capacità attentiva, strettamente connessa alla biofilia, è intesa come la capacità di concentrarsi senza fatica sugli stimoli naturali, lasciandosi trasportare dalla Natura nei suoi molteplici aspetti: abiotici (terra, luce, acqua, clima) e biotici (flora, fauna).

I motivi per i quali gli alberi ci aiutano a vivere e a sopravvivere sono infiniti, ma nessuno si salva da solo. Il legame tra uomo e foresta appare sempre più solido, ma gli alberi sono anche succubi oltre che avversari del cambiamento climatico. Per questo serve la cooperazione di tutti se si vuole davvero tentare di arginare i disastri che sono stati inflitti al Pianeta.

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