
C’è un fantasma che ciclicamente torna a infestare il dibattito pubblico italiano ed europeo non appena i prezzi del gas subiscono un’impennata o l’ansia per gli obiettivi climatici si fa più pressante. È il fantasma dell’atomo, un’entità che il nostro Paese credeva di aver esorcizzato in via definitiva con due referendum popolari (nel 1987, sull’onda dello shock di Chernobyl, e nel 2011, all’indomani del disastro di Fukushima). Eppure, in questo complesso 2026, assistiamo a una vera e propria offensiva mediatica e politica volta a riabilitare l’energia nucleare, ribattezzandola come “verde”, “pulita” e assolutamente “indispensabile” per raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050.
A contrastare questa potente ondata narrativa interviene un testo fondamentale, destinato a lasciare il segno nel panorama della saggistica ambientale contemporanea: “L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili”, firmato a quattro mani da Gianni Silvestrini (Direttore Scientifico del Kyoto Club e uno dei massimi esperti italiani di politiche energetiche) e Giuseppe Onufrio (Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia, fisico di formazione e storico analista delle dinamiche energetiche globali). Presentato in anteprima nazionale durante i vibranti giorni del KEY Expo di Rimini, il saggio non è un semplice pamphlet ideologico, ma un’autopsia rigorosa, documentata e inoppugnabile del fallimento economico e industriale dell’industria atomica occidentale.
Leggere questo libro oggi significa compiere un esercizio di igiene intellettuale. Gli autori ci guidano attraverso una decostruzione chirurgica dei miti su cui si fonda la “rinascita” nucleare, dimostrando come il ritorno all’atomo non sia la soluzione ai nostri mali, ma un gigantesco, costosissimo e fatale alibi che rischia di rallentare l’unica vera rivoluzione tecnicamente ed economicamente fattibile: quella delle fonti rinnovabili, dell’efficienza e delle reti intelligenti.
Il Miraggio dei Mini-Reattori (SMR) e l’Eterno Rinvio
Il fulcro della nuova propaganda nuclearista si basa quasi interamente su una sigla magica: SMR, ovvero Small Modular Reactors (Piccoli Reattori Modulari). La promessa è seducente: dimenticate gli enormi, costosissimi e pericolosi impianti del passato; il futuro sarà fatto di reattori compatti, costruiti in serie in fabbrica come se fossero automobili, intrinsecamente sicuri e pronti per essere installati ovunque ce ne sia bisogno.
Silvestrini e Onufrio smontano questa narrazione con la spietatezza dei dati reali. Gli SMR, ad oggi, esistono in larga parte solo su bellissime presentazioni in PowerPoint o sotto forma di costosissimi prototipi in perenne ritardo. Il libro analizza il caso emblematico del progetto NuScale negli Stati Uniti, che doveva essere il fiore all’occhiello di questa tecnologia. Dopo aver bruciato miliardi di dollari di sussidi pubblici, il progetto è stato recentemente cancellato per un’esplosione incontrollabile dei costi stimati, passati da 55 dollari per megawattora a oltre 120 dollari, rendendo l’energia prodotta assolutamente fuori mercato prima ancora di posare la prima pietra.
Gli autori evidenziano un paradosso ingegneristico insormontabile: l’industria nucleare ha storicamente costruito reattori sempre più grandi proprio per sfruttare le economie di scala (costruire un impianto da 1000 MW costa in proporzione meno che costruirne due da 500 MW). Tornare indietro a reattori piccoli significa distruggere l’economia di scala. Per compensare questo fattore, i costruttori dovrebbero produrre e vendere migliaia di SMR identici in tutto il mondo. Ma in un mercato energetico globale dove le rinnovabili crollano di prezzo ogni anno, chi è disposto a firmare contratti vincolanti per migliaia di mini-reattori non ancora testati, i cui scarti rimarranno radioattivi per millenni? La risposta dei mercati finanziari, liberi da sussidi statali, è stata finora un clamoroso “nessuno”.
L’Aritmetica Implacabile: I Mercati Hanno Già Scelto
Il dibattito culturale sul nucleare spesso si arena su questioni di principio o paure ancestrali legate alle radiazioni, ma il saggio di Silvestrini e Onufrio sposta intelligentemente il focus sull’arena dove l’industria atomica sta perdendo la sua battaglia in modo irreversibile: l’economia.
Mentre politici e opinionisti dibattono nei talk show televisivi, il capitalismo globale ha già emesso il suo verdetto. Il LCOE (Levelized Cost of Energy, ovvero il costo medio di generazione dell’energia durante l’intero ciclo di vita di un impianto) del nuovo nucleare in Occidente è letteralmente fuori controllo. I pochi impianti di terza generazione avanzata costruiti in Europa negli ultimi decenni sono diventati manuali di disastro finanziario. Il reattore EPR di Flamanville in Francia (partito con un preventivo di 3,3 miliardi di euro e un tempo di costruzione di 5 anni) è arrivato a costare quasi 20 miliardi, accumulando oltre 12 anni di ritardo. Lo stesso copione, tragicamente identico, si è ripetuto a Olkiluoto in Finlandia e a Vogtle negli Stati Uniti.
Di contro, negli ultimi dieci anni, il costo dell’energia solare fotovoltaica è crollato dell’89%, e quello dell’eolico del 70%. Oggi, produrre un megawattora di energia dal sole o dal vento costa una frazione rispetto a produrlo dividendo l’atomo, persino tenendo conto dei costi dei sistemi di accumulo (le batterie) necessari per stabilizzare la rete. Come sottolineano lucidamente gli autori, investire oggi un miliardo di euro nel nucleare significa ottenere meno di un quarto dell’energia che si otterrebbe investendo lo stesso miliardo in un mix di rinnovabili, accumuli ed efficienza energetica. In un mondo in cui le risorse economiche degli Stati non sono infinite, ostinarsi sul nucleare significa sottrarre capitali vitali all’unica tecnologia in grado di decarbonizzare rapidamente le nostre economie.
La Tirannia del Tempo e l’Emergenza Climatica
Vi è poi una variabile che nessuna legge parlamentare e nessun sussidio statale può piegare o corrompere: il fattore tempo. La comunità scientifica internazionale, attraverso i rapporti dell’IPCC, ci ha dato una scadenza inequivocabile. Dobbiamo dimezzare le emissioni globali di gas serra entro la fine di questo decennio (il 2030) e raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050 per sperare di mantenere il riscaldamento globale entro la soglia di non ritorno di 1,5 gradi centigradi.
È qui che l’illusione nucleare si infrange in modo drammatico contro la realtà fisica. Dal momento in cui si decide politicamente di costruire una centrale nucleare, passando per l’individuazione del sito (un processo politicamente esplosivo in un Paese densamente popolato e sismico come l’Italia), le valutazioni di impatto ambientale, le procedure di appalto e la complessissima fase di costruzione e collaudo, trascorrono in media, nel mondo occidentale, tra i 15 e i 20 anni.
Se l’Italia decidesse domani mattina di riavviare un programma nucleare, il primo elettrone atomico non entrerebbe nella rete prima del 2042 o del 2045. A quel punto, la partita climatica globale sarà già stata vinta o persa. Il nucleare è semplicemente “too late”, troppo in ritardo per rispondere all’emergenza. Le rinnovabili, al contrario, sono tecnologie agili, modulari e rapide. Un grande parco solare o eolico offshore può essere progettato, autorizzato e costruito in pochi anni (spesso mesi, laddove la burocrazia non pone veti insensati). Installare pannelli sui tetti dei capannoni industriali richiede settimane. Il saggio ci ricorda che il tempo è la risorsa più scarsa che abbiamo, e sprecarlo inseguendo i miraggi dell’atomo è un lusso suicida.
Il Falso Mito del “Baseload” e la Rete del Futuro
Un altro caposaldo della retorica pro-nucleare, abilmente smontato nel libro, è la necessità assoluta di un cosiddetto “baseload”, ovvero un carico di base costante e ininterrotto per garantire la stabilità della rete elettrica, ruolo che storicamente è stato svolto da centrali a carbone o nucleari. L’argomentazione classica è: “Il sole non splende di notte e il vento non soffia sempre, quindi serve il nucleare per quando le rinnovabili si fermano”.
Silvestrini e Onufrio, supportati da innumerevoli studi di grid-management, dimostrano che il concetto stesso di “baseload” appartiene al ventesimo secolo. La rete elettrica del 2026, e ancor di più quella del 2050, non è un tubo rigido dove immettere energia costante, ma un ecosistema dinamico, intelligente e bidirezionale. Il sistema del futuro (e in parte del presente) si regge sulla diversificazione geografica e tecnologica: solare, eolico onshore, eolico offshore, idroelettrico e geotermico lavorano in sinergia.
Quando queste fonti primarie fluttuano, la stabilità non viene garantita da un reattore rigido e lento a modulare la propria potenza, ma da un mix flessibile: reti interconnesse a livello continentale (per spostare l’energia eolica del Mare del Nord verso il soleggiato Sud Europa, e viceversa), massicci sistemi di accumulo elettrochimico (batterie utility-scale), pompaggio idroelettrico e, soprattutto, la “gestione della domanda” (Demand Response) governata dall’Intelligenza Artificiale, che sposta automaticamente i consumi industriali o la ricarica dei veicoli elettrici nei momenti di massima produzione rinnovabile. In questo paradigma flessibile e dinamico, una centrale nucleare, che per ripagarsi deve funzionare al 100% della potenza 24 ore su 24, diventa un elefante in un negozio di cristalli, una presenza rigida che spesso costringe i gestori della rete a “spegnere” l’energia eolica gratuita perché la centrale atomica non può essere disattivata facilmente.
Geopolitica e Democrazia: La Vera Rivoluzione
L’ultima e forse più profonda riflessione suscitata da “L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili” è di natura squisitamente politica e democratica. La scelta tecnologica che facciamo oggi plasma la forma della società di domani.
Il modello nucleare è intrinsecamente centralizzato, verticistico, tecnocratico e profondamente legato ad assetti di alta sicurezza militare e segreto di Stato (la filiera dell’uranio arricchito e la gestione delle scorie ad alta attività non sono compatibili con una società aperta e vulnerabile). Inoltre, la narrazione dell’indipendenza energetica nucleare è falsa: l’Europa non estrae uranio. Affidarsi al nucleare significa passare dalla dipendenza dal gas russo o mediorientale alla dipendenza dall’uranio estratto in Niger, in Kazakistan o raffinato dalla stessa Russia (che domina ancora il mercato globale dell’arricchimento dell’uranio).
La rivoluzione delle rinnovabili, al contrario, è la forma più democratica e distribuita di produzione energetica mai concepita dall’umanità. Trasforma i cittadini da sudditi della bolletta a prosumer (produttori-consumatori). La proliferazione delle Comunità Energetiche Rinnovabili, menzionate e promosse nel testo, permette a condomini, piccoli comuni rurarli e distretti artigianali di generare, scambiare e consumare la propria energia localmente, emancipandosi dai grandi monopoli energetici e azzerando le perdite di trasmissione.
Conclusione: Oltre l’Illusione
Il libro di Silvestrini e Onufrio arriva in un momento cruciale. Funge da antidoto vitale contro la “nostalgia canaglia” di chi vorrebbe riportare l’orologio della storia agli anni ’70 del Novecento. Ci ricorda che la transizione ecologica non è una banale sostituzione di caldaie, ma il più grande sforzo di ridisegno infrastrutturale e culturale della storia umana.
L’ostinazione di una certa parte del mondo politico ed economico nel proporre il nucleare come panacea rivela, in ultima analisi, la paura di abbracciare un cambiamento sistemico. Il nucleare è il tentativo di mantenere in vita il vecchio mondo centralizzato, cambiando semplicemente il combustibile. Ma la realtà ha già svoltato l’angolo. Il sole, il vento e l’ingegno umano stanno già scrivendo un futuro diverso, più pulito, più economico e più democratico. Abbandonare le illusioni del passato è il primo, fondamentale passo per poterlo finalmente costruire.



































