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Infrastrutture e crisi climatica: conto fino a 18 miliardi l’anno per l’Italia al 2050

Un'analisi condotta dal Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici per Ecosistema Futuro quantifica il prezzo della vulnerabilità delle reti nazionali. Tra impatti diretti e danni macroeconomici a cascata, l'usura climatica minaccia energia, acqua, mobilità e connessioni digitali. Adeguare opere e pianificazione territoriale diventa una necessità contabile oltre che ecologica prima che i costi superino i margini di manovra.

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Binari ferroviari che mostrano gli effetti delle alte temperature durante un'ondata di calore
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Binari che si deformano sotto l’asfalto arroventato, cabine elettriche mandate in tilt dai picchi termici, condotte idriche svuotate dalla siccità e ponti minacciati da piene repentine non sono più anomalie isolate. L’interazione tra eventi meteorologici estremi e una rete infrastrutturale concepita per parametri climatici del Novecento presenta già un conto salato. Entro la metà del secolo, i soli danni fisici diretti causati dal riscaldamento globale alle reti italiane potrebbero toccare i 5 miliardi di euro all’anno. Una cifra considerevole, che tuttavia racconta solo una porzione del problema: allargando lo sguardo alle ripercussioni a cascata sulla produttività, sui servizi e sulle filiere economiche, l’ammanco stimato oscilla tra gli 11,5 e i 18 miliardi di euro ogni dodici mesi. Il dato emerge con nettezza da "Trame di resilienza: infrastrutture per l’Italia del 2050", il secondo Future Brief curato da Ecosistema Futuro e firmato dai ricercatori della Fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici Alfredo Reder, Jonathan Spinoni e Paola Mercogliano.

Il lavoro condotto dagli scienziati del CMCC supera l’approccio puramente emergenziale con cui il Paese ha storicamente affrontato i disastri ambientali. La quantificazione economica non si limita a stimare il costo del cemento da rimpiazzare o dell’argine da ricostruire, ma individua la complessa matrice di dipendenze che lega tra loro acquedotti, centrali, snodi logistici e dorsali di telecomunicazione. Quando una via di trasporto principale viene interrotta da uno smottamento, il danno non coincide con la riparazione della carreggiata, bensì con le ore di lavoro perse, i ritardi nelle forniture industriali, le merci deperite e le deviazioni su percorsi alternativi inefficienti. Il moltiplicatore economico degli eventi estremi agisce come una tassa invisibile e costante sulla competitività nazionale, capace di erodere frazioni consistenti di prodotto interno lordo anno dopo anno.

La geografia italiana amplifica queste dinamiche a causa di una conformazione orografica complessa e di un patrimonio infrastrutturale segnato da un’età media avanzata. Il comparto idrico costituisce il fronte più esposto a questo deterioramento progressivo. Da un lato, lunghi periodi senza precipitazioni riducono i volumi invasati e abbassano le falde acquifere, mettendo in crisi sia l’approvvigionamento civile sia quello a servizio dell’agricoltura e del raffreddamento industriale; dall’altro, precipitazioni eccezionali concentrate in poche ore sovraccaricano impianti di depurazione e canali di scolo dimensionati su medie storiche obsolete. Il paradosso italiano, evidenziato dalle analisi del settore, vede una dispersione media nelle reti di distribuzione che supera ampiamente il quaranta per cento: una tara pregressa che trasforma ogni deficit pluviometrico in emergenza idrica conclamata, moltiplicando la spesa per interventi tampone e approvvigionamenti d’urgenza.

Non meno critica appare la tenuta delle reti di trasporto. Autostrade, tangenziali e ferrovie subiscono sollecitazioni termiche prolungate che accelerano il degrado dei materiali leganti e la dilatazione dei binari metallici, imponendo frequenti riduzioni di velocità o blocchi temporanei della circolazione. A questo si aggiunge la vulnerabilità del territorio collinare e montano, dove l’alternanza di siccità e acquazzoni torrenziali destabilizza i versanti, innescando frane che tagliano le arterie di collegamento dell’Appennino e dell’arco alpino. Nei porti e nelle zone costiere, l’innalzamento graduale del livello del mare e la maggiore frequenza delle mareggiate aumentano l’usura delle banchine, minacciando magazzini logistici e snodi di interscambio modale su cui viaggia la gran parte delle esportazioni italiane.

Nel settore energetico la vulnerabilità assume una doppia valenza, climatica e tecnologica. L’innalzamento delle temperature riduce l’efficienza delle linee di trasmissione aerea e dei trasformatori, proprio nei momenti in cui la domanda di elettricità tocca picchi record a causa dell’uso massiccio degli impianti di climatizzazione estiva. Al contempo, la progressiva transizione verso le fonti rinnovabili rende il sistema più dipendente dalle condizioni atmosferiche. La variabilità della risorsa solare ed eolica, unita alla contrazione dei deflussi fluviali che penalizza la produzione idroelettrica storica, impone la presenza di accumulatori, interconnessioni robuste e sistemi di bilanciamento avanzati. Senza interventi strutturali capaci di assorbire lo stress termico, le interruzioni di servizio locali rischiano di propagarsi con facilità lungo l’intera dorsale di distribuzione.

L’indagine di Ecosistema Futuro e CMCC include nel perimetro delle reti critiche anche l’infrastruttura digitale, un ambito raramente associato ai rischi climatici nell’immaginario collettivo ma determinante per il funzionamento del Paese. Cavi in fibra ottica interrati, antenne di trasmissione e centrali dati dipendono strettamente dalla continuità dell’alimentazione elettrica e dalla stabilità del terreno in cui sono alloggiati. I centri di elaborazione dati, inoltre, necessitano di ingenti volumi d’acqua o di notevole energia per i circuiti di raffreddamento: durante le ondate di calore più intense, la combinazione di stress idrico ed elettrico può compromettere la continuità operativa dei servizi cloud e bancari, generando blocchi immediati nei sistemi di pagamento, nella logistica automatizzata e nella gestione amministrativa.

Per decifrare le traiettorie future, i ricercatori hanno delineato quattro scenari esplorativi al 2050, calibrati su diversi livelli di riscaldamento globale e differenti approcci di pianificazione pubblica. Il quadro peggiore descrive una traiettoria a sviluppo inerziale, in cui le risorse economiche continuano a essere drenate dai costi di ricostruzione a posteriori, senza modificare i criteri ingegneristici di progettazione né la localizzazione delle opere. In questa configurazione, l’incertezza climatica riduce l’attrattività degli investimenti privati e costringe lo Stato a rifinanziare ciclicamente riparazioni d’urgenza, consumando margini fiscali indispensabili per lo sviluppo. All’estremo opposto, gli scenari proattivi mostrano come l’integrazione di dati climatici ad alta risoluzione nella programmazione ordinaria consenta di abbattere in modo sensibile la curva dei danni macroeconomici.

Viadotto autostradale italiano protetto da reti paramassi e sistemi geotecnici contro il dissesto idrogeologico

Adottare una prospettiva di resilienza significa trasformare i cantieri di manutenzione in progetti di adattamento sistemico. Sul piano idrico, questo comporta la sostituzione delle condotte degradate con materiali ad alta flessibilità strutturale, l’introduzione diffusa di sistemi di riuso delle acque reflue depurate e la creazione di bacini multifunzionali capaci sia di laminare le piene sia di trattenere riserve idriche per i periodi aridi. Nei trasporti, l’impiego di conglomerati bituminosi a maggiore resistenza termica e l’installazione di sensori geotecnici lungo i versanti montani permettono di anticipare le frane prima che invadano le carreggiate, passando da una manutenzione su rottura a una manutenzione predittiva basata sul monitoraggio continuo.

L’integrazione della sostenibilità richiede un cambio di paradigma anche nella gestione del suolo urbano ed extraurbano. La protezione delle infrastrutture fisiche non può più affidarsi unicamente a opere grigie in cemento armato, spesso destinate a fallire o a spostare il rischio più a valle in occasione di fenomeni meteorologici senza precedenti storici. Le soluzioni basate sulla natura, come la riforestazione delle fasce spondali fluviali, la creazione di zone umide artificiali, la de-impermeabilizzazione dei piazzali logistici e l’aumento delle superfici permeabili nelle metropoli, forniscono cuscinetti naturali che assorbono l’eccesso d’acqua e abbassano le temperature ambientali. L’ingegneria moderna deve dialogare con l’idrologia ecologica per distribuire le pressioni su interi bacini, anziché tentare di contenerle all’interno di alvei artificiali rigidi.

La stima fino a 18 miliardi di euro l’anno colloca il dibattito sulle infrastrutture all’incrocio delle scelte macroeconomiche e delle regole contabili di spesa. La questione non riguarda unicamente la sensibilità ambientale, ma la sostenibilità del debito e la stabilità finanziaria dell’Italia nei prossimi decenni. Il documento curato da Alfredo Reder, Jonathan Spinoni e Paola Mercogliano fornisce la base analitica per una discussione che investe direttamente le istituzioni di controllo finanziario e i pianificatori di spesa pubblica. Non è un caso che la presentazione del Future Brief, fissata per il 14 settembre sotto la moderazione di Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, veda la partecipazione congiunta di Riccardo Barbieri per il Ministero dell’Economia e delle Finanze, Simona Camerano per Cassa Depositi e Prestiti e Davide Ciferri dell’Unità di Missione PNRR del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Il coinvolgimento simultaneo di dicasteri economici, casse di sviluppo e unità esecutive del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza indica come il nodo delle risorse non si esaurisca nella disponibilità immediata di fondi a termine, ma chiami in causa i criteri con cui quegli stessi fondi vengono impiegati. Progettare un’opera pubblica oggi senza incorporare le proiezioni climatiche al 2050 significa programmarne l’inadeguatezza strutturale ancor prima della posa dell’ultima pietra. Gli standard costruttivi vigenti derivano da serie storiche del passato che non riflettono più la probabilità reale di ondate di calore prolungate, alluvioni improvvise o variazioni di portata idrica, lasciando i nuovi cespiti esposti a un deperimento prematuro.

La finanza di investimento a lungo termine, a partire da istituzioni come Cassa Depositi e Prestiti, necessita di parametri rigorosi per valutare il profilo di rischio climatico dei singoli progetti infrastrutturali. Un’opera localizzata in un’area ad alto rischio idrogeologico o priva di sistemi di dissipazione termica presenta costi operativi e assicurativi futuri sensibilmente più elevati rispetto a un progetto concepito con criteri di adattamento integrato. La trasparenza su queste variabili condiziona la bancabilità degli interventi e il costo di rifinanziamento per gli enti locali e le aziende concessionarie, rendendo il dato climatico una variabile contabile di primaria importanza.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha immesso risorse senza precedenti nella modernizzazione del Paese, destinando quote rilevanti al potenziamento ferroviario, alle reti di distribuzione idrica e al rafforzamento della transizione energetica. Tuttavia, come rileva il lavoro del CMCC, la vera sfida consiste nel garantire che i progetti mantengano la loro efficacia funzionale per l’intera durata del ciclo di vita utile, ben oltre la scadenza dei cronoprogrammi di spesa fissati per il 2026. Senza una cabina di regia che vincoli le concessioni e gli appalti a rigorose analisi predittive su scala territoriale, l’Italia rischia di spendere miliardi per ammodernare reti destinate a diventare vulnerabili già nei due decenni successivi.

L’analisi presentata nel rapporto mette a nudo una realtà ineludibile: il costo dell’inerzia supera di gran lunga la spesa necessaria a progettare in modo lungimirante. La fascia di perdite compresa tra gli 11,5 e i 18 miliardi di euro all’anno entro il 2050 misura il prezzo dell’indecisione e del rinvio degli interventi di messa in sicurezza. Riconfigurare la rete infrastrutturale italiana richiede una revisione dei capitolati d’appalto, una diffusione capillare del monitoraggio digitale avanzato e la decisione politica di ancorare le priorità di bilancio ai dati scientifici. Con le risorse finanziarie sotto forte pressione e un calendario climatico che non concede dilazioni, trasformare la vulnerabilità in resilienza operativa diventa il test decisivo per la tenuta del sistema Paese nei prossimi venticinque anni.

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