Riscaldamento globale, di chi è la colpa?

L'analisi dalla Banca Mondiale vede gli Stati Uniti al primo posto tra i paesi che hanno prodotto maggiori quantità di CO2 negli ultimi 60 anni, solo 13esima l'Italia

Il riscaldamento globale è il male di questo secolo. I cambiamenti climatici sono una realtà assodata, benché c’è chi si ostini a negarlo, e la responsabilità di quanto sta accadendo all’ambiente è dell’uomo. Gli scienziati sono tutti concordi nell’attribuire alle attività umane e allo sfruttamento intensivo delle risorse naturali la colpa del global warming, ma quanto influiscono i vari paesi nella produzione di CO2 e nell’emissione di gas serra?

A questa domanda ha cercato di dare una risposta la Banca Mondiale, che ha condotto un’analisi storica a partire dal 1960 ad oggi. Se ragioniamo solo in ottica attuale, sappiamo che in termini assoluti è la Cina il paese che emette più anidride carbonica, e che invece sono le economie del Golfo quelle che guidano le classifiche pro capite.

Analizzando i dati a partire da circa 60 anni fa, sono gli Stati Uniti a guidare la classifica con oltre 1.100 tonnellate pro capite in 6 decenni, seguiti dal Canada con poco meno di mille. Tra i paesi presi in esame nell’Info Data, al terzo posto troviamo l’Arabia Saudita e via via tutti i paesi europei, con in testa la Germania.

L’Italia si piazza al tredicesimo posto con 379 tonnellate di CO2 pro capite negli ultimi 60 anni, molta di più rispetto ai paesi in via di sviluppo presi in esame, ma solo circa un terzo di un cittadino statunitense.

L’analisi condotta dalla World Bank serve ad analizzare il fenomeno “riscaldamento globale” in termini storici. La produzione di gas serra, in particolare di anidride carbonica e metano, è tra le principali cause del global warming ed è aumentata esponenzialmente con l’industrializzazione. Per un certo periodo, le risorse naturali della Terra sono riuscite ad assorbire la CO2 in eccesso per mantenere il delicato equilibrio che regola la temperatura del pianeta, ora la situazione sta cambiando.

Paesi che fino a qualche decennio fa vivevano in contesti fondamentalmente agricoli, con servizi e infrastrutture quasi inesistenti, hanno conosciuto un boom di termini di sviluppo economico e industriale, consumando molta più energia rispetto al passato per recuperare il gap economico con l’Occidente. Se a ciò aggiungiamo che la popolazione è aumentata fino a superare i sette miliardi e mezzo di individui, è facilmente intuibile che per soddisfare i bisogni di tutti è necessario un dispendio di risorse nettamente maggiore a quello che occorreva in passato, quando uno standard di vita elevato era riservato a una piccola percentuale di esseri umani.

L’analisi storica della Banca Mondiale non è certamente esaustiva dell’enormità del problema ma offre un punto di vista nuovo e in parte supporta la tesi sostenuta dai paesi in via di sviluppo, che chiedono ai più ricchi di farsi carico degli sforzi maggiori per contrastare il cambiamento climatico.