Etna, alla scoperta del gigante buono tra scienza, storia e natura

Tra i vulcani più attivi al mondo, l'Etna ha sempre affascinato gli studiosi per le sue continue eruzioni

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© Matteo Badini in Pexles

Il Monte Etna è il vulcano più grande dell’Europa geografica ed è tra i più attivi del mondo; localizzato in Sicilia orientale, raggiunge i 3320 m s.l.m. (nel 2019) ma l’altezza e la morfologia della parte sommitale è in continuo mutamento in funzione del susseguirsi delle eruzioni. Ricopre una superficie di circa 1200 km2 ed è caratterizzato da una forma di base pseudo-ovale, delimitata a ovest dal fiume Simeto, a est dal fiume Alcantara e dalla costa del Mar Ionio, a sud dalla Piana di Catania (che separa l’Etna dai Monti Iblei, anch’essi di origine vulcanica ma molto più antichi – circa 10 milioni di anni) e a nord dai Monti Peloritani, prevalentemente granitici.

Le pendici dell’edificio vulcanico sono disseminate da una miriade di coni formatisi per eruzioni laterali, alcuni dei quali di notevoli dimensioni come il Monte Minardo, il Monte Ilice, i Monti Rossi e i Monti Silvestri, mentre altri hanno dimensioni più piccole. Intorno ai 1800 m i fianchi del vulcano diventano ripidi, in corrispondenza del cono del Mongibello.

La porzione sommitale presenta 4 crateri in continua evoluzione, Bocca Nuova, la Voragine, il Cratere di Nord-Est e il Cratere di Sud-Est, almeno uno dei quali risulta quasi sempre in attività, con emissioni di lava o “sbuffi” di gas e ceneri. Quando il magma si trova a livelli più profondi e non vi sono eruzioni, le bocche del cratere centrale sono soggette a frequenti franamenti.

Da un punto di vista geodinamico, il Monte Etna è inserito nel contesto della zona di collisione continentale tra la placca Euro-Asiatica a nord e quella Africana a sud e lo sviluppo del vulcanismo è legato alla presenza di una tettonica distensiva che interessa il margine orientale della Sicilia, che consente la risalita del magma dal mantello terrestre.

L’Etna è uno strato-vulcano di natura basaltica e la sua attività eruttiva risulta molto frequente sia ad opera dei crateri sommitali sia per mezzo di eruzioni laterali (o di fianco), come dimostrano i vari coni sparsi lungo le pendici del vulcano. La complessa storia eruttiva della regione etnea è stata oggetto di numerosissimi studi, i più recenti dei quali hanno consentito di ottenere dati stratigrafici e geocronologici di maggior dettaglio, sintetizzati nella carta geologica del vulcano Etna (scala 1:50000).

© Samir Kharrat on Unsplash

Gli autori hanno ricostruito la complessa storia eruttiva del vulcano, riconoscendo 4 grandi fasi a partire dalla prima iniziata nel Pleistocene Medio (circa 500 mila anni fa), quando l’area era parzialmente occupata da un golfo, in cui sono comparse le prime manifestazioni vulcaniche in condizioni sottomarine (famosi gli affioramenti di pillow lavas della Rupe di Aci Castello, il corpo sub vulcanico dell’Isola Lachea ed i faraglioni di Aci Trezza). Il sollevamento tettonico dell’area unitamente alle continue eruzioni ha determinato la scomparsa del golfo e segnato l’inizio dell’attività vulcanica subaerea, che nel tempo è migrata verso nord e nord-ovest fino alla costruzione dell’edificio vulcanico attuale.

Durante la prima (in condizioni subaeree) e la seconda fase eruttiva, l’attività vulcanica è stata caratterizzata prevalentemente da eruzioni di tipo fissurale, con grandi volumi di lave emesse lungo sistemi di faglie (fratture), localizzati rispettivamente lungo la valle del fiume Simeto (tra Adrano e Paternò) e lungo la costa ionica (Acireale), eruzioni protrattesi fino a 110 mila anni fa. Con la terza fase (denominata dei Centri Eruttivi della Valle del Bove) si ha un importante cambiamento dell’attività vulcanica, con un graduale passaggio da un’attività fissurale ad un’attività di tipo centrale, caratterizzata da eruzioni sia esplosive che effusive e con la formazioni dei primi centri eruttivi della Valle del Bove.

Cirimbillo / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)

Diversi vulcani si formarono in modo susseguente ed il più importante di questi (Vulcano Trifoglietto) raggiunse un’altitudine di circa 2400 m, terminando la sua attività circa 99 mila anni fa. In seguito si formarono altri centri eruttivi, fino a concludere questa terza fase a circa 65 mila anni dal presente, con una stasi vulcanica, dopo la quale iniziò la quarta fase, definita dello Strato-vulcano (circa 57 mila anni fa).

In quest’ultimo periodo si è avuta la ulteriore migrazione dell’attività eruttiva verso nord-ovest, che determinerà la formazione del più grande centro eruttivo costituente la principale struttura del Monte Etna: il vulcano Ellittico. Esso fu caratterizzato da eruzioni sia esplosive che effusive centrali, che hanno determinato la costruzione di uno strato-cono poligenico che raggiunse i 3600 m. Inoltre, si verificarono anche eruzioni laterali che hanno determinato l’espansione laterale dell’edificio vulcanico, attraverso la messa in posto di colate laviche e prodotti piroclastici, modificando così in modo radicale la geomorfologia dell’epoca ed il reticolo idrografico (colmamenti di paleo-valli come per l’Alcantara e sbarramenti lavici della paleo-valle del fiume Simeto).

© Elsa Tornabene on Unspalsh

L’attività dell’Ellittico termina a 15 mila anni, con una serie di eruzioni pliniane che causarono la formazione di una caldera e la dispersione di prodotti piroclastici ampiamente distribuiti sui fianchi dell’Etna. Durante gli ultimi 15 mila anni l’intensa attività effusiva colmerà interamente l’antica caldera generata dall’Ellittico, formando un nuovo cratere sommitale.

Le continue eruzioni prevalentemente effusive porteranno alla formazione dell’edificio vulcanico attuale, denominato vulcano Mongibello, il cui fianco orientale, circa 10 mila anni fa, venne demolito da una serie di grosse frane, che hanno portato alla formazione dell’attuale Valle del Bove. Questi collassi strutturali hanno messo in luce la porzione interna dei centri eruttivi sia della seconda fase sia dell’Ellittico ed il materiale franato ha raggiunto sottoforma di colate di detrito l’area di Milo e, successivamente rielaborate, la costa ionica (conoide alluvionale di Chiancone).

L’attività eruttiva è sostanzialmente proseguita con brevi periodi di stasi in modo prevalentemente effusivo, ma, in tempi storici, si sono verificati anche eventi esplosivi di notevole violenza (una delle più intense si registrò nel 122 a.C. che causò notevoli danni all’antica città di Catania, esentata per questo dal pagamento delle tasse per i dieci anni successivi dal Senato Romano).

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Dai Romani in poi si è avuta la crescente urbanizzazione del territorio etneo, periodo durante il quale si sono verificate numerose eruzioni laterali a bassa quota, che hanno distrutto interi paesi e porzioni più o meno vaste dell’antica città di Catania (come avvenuto durante il Medioevo) evidenziando per questo vulcano un elevato rischio d’impatto sul territorio.

Le eruzioni laterali a bassa quota, infatti, possono durare da poche ore fino a superare un anno (es. 1991-1993, 472 giorni; 2008-2009, 419 giorni) e possono determinare ingenti disagi nelle aree popolate oltreché essere una seria minaccia per il traffico sia terrestre che aereo. Per questi motivi l’Etna rappresenta uno dei vulcani più studiati del mondo ed è continuamente monitorato dall’INGV di Catania, che emette bollettini quotidiani o settimanali in base allo stato di attività. Nei primi giorni di Aprile 2020, si è registrata una nuova eruzione esplosiva, caratterizzata da forte degassamento, fontane di lava ed emissione di un pennacchio di cenere, che non ha determinato particolari disagi, ma desta molta attenzione sia da parte dei vulcanologi che da parte della Protezione Civile, in quanto l’area a rischio vulcanico è attualmente abitata da circa 700000 persone, a dimostrazione del fatto che convivere con dei rischi di natura geologica deve indurre sempre a non abbassare mai la guardia.