Le due facce della medaglia: guardare la transizione verde con sguardo disincantato

Se da un lato c’è chi fomenta la mitologia green, quella della natura buona deturpata dall’uomo cattivo, dall’altro c’è ancora chi nega la crisi climatica e ambientale e contrasta apertamente alcune scelte, anche di carattere economico, che si muovono nell’ottica della tutela.

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© Thought Catalog on Pexels

Partiamo dall’inizio: ho deciso di provare a mettere nero su bianco, in questo spazio messomi a disposizione, qualche riflessione sul tema uomo-tecnologia-ambiente-energia perché ritengo sia urgente prendere consapevolezza di alcune tematiche, e non perché non ci sia nessuno che lo faccia, ma perché credo che molto spesso lo si faccia nel modo sbagliato. Se da un lato c’è chi fomenta la mitologia green, quella della natura buona deturpata dall’uomo cattivo, dall’altro c’è ancora chi nega la crisi climatica e ambientale e contrasta apertamente alcune scelte, anche di carattere economico, che si muovono nell’ottica della tutela. E quindi eccomi qui, a provare ad argomentare su questi temi sul bordo sottile che separa queste due facce della medaglia. Credo non ci sia miglior modo di iniziare che partire da alcuni luoghi comuni che abbiamo introitato senza grande spirito critico e dei quali, se vogliamo farci un piacere, dobbiamo liberarci quanto prima.

Primo luogo comune: Madre Terra è una fiaba per bimbi piccoli
Non ha alcun senso parlare di Madre Natura, Madre Terra, etc. Tutte le volte che sentite questa allocuzione, tirate su le antenne della diffidenza. Il concepire la natura, la Terra, come soggetto benevolo nei nostri confronti, quasi dotato di una volontà propria, è una visione dettata dal nostro retaggio culturale di stampo cristiano per cui tutto ciò che vediamo è stato creato per noi, perché lo utilizzassimo a nostro piacimento. Secondo questa visione, noi esseri umani siamo al centro, appunto, del creato (sic!). La verità è molto diversa, e l’aveva intuito anche Leopardi quando parlava della Natura qualificandola come Matrigna, e non come Madre benevola, ma in realtà sbagliava anche lui. Perché, se è vero che la natura non è benevola nei nostri confronti, è altrettanto vero che non nutre alcuna antipatia per la nostra o per altre specie animali o vegetali. Molto più banalmente: a) non è stata creata da nessun dio per noi, b) siamo entrambi frutto dell’evoluzione del nostro universo che ha avuto origine col Big Bang.

La Terra, quindi, il nostro pianeta, segue la sua evoluzione naturale, e noi siamo riusciti ad evolverci, a crescere e a prosperare in una particolare – ed eccezionale – parentesi storica della sua storia. Parentesi in cui le condizioni ambientali e climatiche sono state favorevoli alla nostra specie e non ad altre.

Ma scendiamo un po’ più nel dettaglio, tanto per prendere le misure al nostro ego sconfinato: il nostro pianeta esiste da circa 4,5 miliardi di anni, noi esseri umani da poche centinaia di migliaia. Se la storia della Terra fosse alta quanto la Tour Eiffel, noi esseri umani (dagli uomini primitivi passando per i romani, Napoleone, fino ad arrivare a Lady Gaga) avremmo una storia che potrebbe essere racchiusa nello spessore dei pochi millimetri di vernice della sua punta.

Una inezia, altro che al centro dell’Universo.

Secondo luogo comune: l’antropocene non è una invenzione
Sulla Terra, in oltre 4 miliardi di anni, i cambiamenti climatici sono stati all’ordine del giorno: queste evoluzioni sono state causa di estinzioni di varie specie animali, anche estinzioni di massa, ma la Terra, lei, è sempre qui. E ci sarà anche dopo che la nostra specie si sarà estinta (sì, prima o poi succederà). Le cause che hanno apportato tali cambiamenti, sono dovute a diversi fattori: la variazione dell’inclinazione dell’asse terrestre, le varie correnti oceaniche, ma soprattutto alle attività solari.

Quindi l’uomo non ha colpe di quanto stiamo vivendo ora? Hanno ragione quelli che dicono che i mutamenti che vediamo sono del tutto “naturali”, che ci sarebbero stati comunque, e che quindi non ci dobbiamo preoccupare più di tanto? No.

No, perché qualcosa è cambiato proprio a causa dell’uomo, e quel qualcosa è la velocità con cui avvengono quei mutamenti. Non a caso molti studiosi hanno iniziato a chiamare questa nostra era “antropocene”. In particolare nell’ultimo secolo, soprattutto a seguito della rivoluzione industriale, l’uomo è diventato la causa principale di influenza sui cambiamenti climatici: il pianeta continua a surriscaldarsi sempre più e in maniera più repentina rispetto alle precedenti epoche. È come se stessimo gettando benzina sul fuoco: stiamo accelerando il processo in modo preoccupante, ma facciamo finta di niente e, fischiettando, guardiamo dall’altro lato.

Terzo luogo comune: paradossalmente, dobbiamo essere più egoisti
Chi è a rischio è la nostra specie, non la Terra. Quindi, anche in termini comunicativi, tutti coloro che affrontano questi temi di più e meglio di me dovrebbero cercare di concentrarsi di più su questo aspetto, forse farebbe più presa su una più ampia fascia di popolazione. Quando ci viene comunicata l’evidenza/urgenza dei cambiamenti climatici con allocuzioni del tipo “Salviamo la natura”, “Salviamo il pianeta”, “Rispettiamo l’ambiente” e via dicendo si compiono due errori: uno di tipo scientifico, uno di tipo comunicativo.

In realtà è nell’interesse dell’uomo far sì che i parametri climatici che hanno consentito la nascita e l’evoluzione della nostra specie rimangano quanto più a lungo possibile in quel range di tollerabilità che ci consente di poter vivere e prosperare. Di sopravvivere. Se tali parametri vanno fuori controllo, a farne le spese saremo noi, i nostri figli, i nostri nipoti e pronipoti, non di certo la Terra. Lei non ha bisogno di salvarsi, si adatta, si evolve. Noi, invece, ci estingueremo più rapidamente.


© Marcus Lange on Pexels – Nel corso della sua storia, sono state innumerevoli le specie che si sono estinte sulla Terra

Apocalittici e integrati
La difficoltà, quando si parla di ambiente, di cambiamenti climatici e via discorrendo è quella di finire, o di essere etichettati, in una delle due opposte fazioni di tifo. Per dirla con Umberto Eco, ci sono gli apocalittici, che vedono o proclamano la fine del mondo (e qui torniamo al punto che dicevo prima, forse sarebbe più corretto parlare di fine della nostra specie!) a ogni piè sospinto. L’ecologismo catastrofista e autodistruttivo è, questa la mia personalissima opinione, un culto per persone in ricerca di sollievo emotivo e soddisfazione spirituale. Una religione laica per dare ai suoi adepti un senso di scopo e di trascendenza. Come nella migliore tradizione delle sette religiose, questo distorto ambientalismo coltiva anche il fanatismo apocalittico. Lo fa con annunci tanto perentori quanto ansiogeni “miliardi di persone stanno per morire”. Ecco, onestamente non penso sia utile alla causa.

Dall’altro lato, poi, ci sono gli integrati: coloro che non si interrogano minimamente o che credono che i cambiamenti climatici non siano veri, nonostante tutte le evidenze scientifiche a supporto.

La via più sana, quella che dovremmo cercare tutti di perseguire, dovrebbe invece essere quella di prendere atto del problema del cambiamento climatico, e dell’impatto ambientale dell’uomo, e capire che questa dinamica va contestualizzata rispetto allo sviluppo della nostra società, alla tecnologia che è e sarà disponibile, alla capacità di far precipitare quella tecnologia in attività concrete e in fenomeni economici, il che significa innovazione. Sociale e tecnologica.

E questo, almeno ci proverò, sarà il tentativo dei miei interventi.

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