Didattica a distanza, insegnare è costruire speranza per il futuro

A causa del coronavirus stiamo vivendo una situazione molto complessa e lontanissima dalla nostra normalità in cui insegnanti e studenti hanno dovuto riadattarsi

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Niente è come prima. Tutti siamo stati privati della libertà di uscire, di poter incontrare e abbracciare le persone più care, di poter decidere se andare a fare una passeggiata per le vie del centro o fare una gita in un parco o presso uno dei tanti luoghi densi di storia e di cultura. Le biblioteche e i musei sono chiusi. Anche comprare un vestito è diventato un sogno proibito. In un attimo ci siamo trovati senza la vita, magari monotona e non sempre piacevole, ma sostanzialmente normale di prima.

Anche la scuola ha dovuto modificare le sue modalità di esistere. A dirlo sembra quasi assurdo, ma milioni di docenti che, fino a quel momento, avevano iniziato a sperimentare la didattica digitale, chi con piacere chi per costrizione, sono stati praticamente catapultati nel giro di un pomeriggio o poco più nella creazione di classi virtuali e spinti a scaricare tante applicazioni per raggiungere a qualsiasi costo e in qualsiasi modo i propri allievi.

La funzione del docente è molto importante: l’insegnante non è solo un dispensatore di nozioni e informazioni. Gli insegnanti sono tessitori di trame sociali, ricamatori di valori, mediatori di cultura; continuare a fare scuola in questo momento significa mantenere un senso di quotidianità e di normalità e non smettere di tracciare quel percorso continuo e costante che ci mantiene umani, vivi.

Stiamo vivendo un grande momento di crescita (tutti, studenti e insegnanti) e chi per mestiere fa l’educatore sa quanto difficile sia mantenere gli equilibri in queste circostanze. Si cerca di usare la razionalità per educare e informare, senza terrorizzare. In silenzio, tra pc e telefono, continuiamo a spingere i giovani verso la cultura, il bello, il senso civico, ma soprattutto verso la speranza, donandogli sempre il nostro sorriso migliore e le parole più meditate.

Noi docenti continuiamo a lavorare ogni giorno non perché è importante finire il programma, non perché vogliamo costringere gli alunni a studiare. Siamo felici di poter raggiungere comunque ogni singolo allievo rimanendo a casa e poter fare il nostro lavoro al meglio, rispettando le buone norme, per un solo motivo: abbiamo a cuore i nostri ragazzi. Noi non li lasceremo mai soli e continuiamo a portarli dentro di noi ben oltre il suono della campanella, ben oltre la pagella data a fine anno.

Rimangono come frammenti della nostra anima, unici e insostituibili: il ragazzo del primo banco sempre attento e pronto ad offrirti il libro, il ragazzo un po’ distratto che ti accoglie sempre con un abbraccio e un sorriso, l’adolescente che può rispondere in modo piccato con lo sguardo di un bambino che vuol sentirsi grande, la ragazza studiosa che prende qualche voto basso per una prima cotta, la fanciulla timida e introversa che ti saluta con gli occhi sorridenti… e noi non vogliamo che il loro sorriso si spenga e che si lascino andare alla paura e alla disperazione.

In questi giorni insegniamo a mantenere il contatto con la normalità, a salvarsi l’anima e la mente con la cultura, a imparare la speranza, a guardare il mondo con razionalità e maturità… e loro ci stanno insegnando che il meglio degli uomini viene fuori nelle difficoltà e che la cultura può essere un ponte verso il futuro; ci ripetono che questo ponte dobbiamo costruirlo insieme. Viene da piangere per tutti i GRAZIE che ci dicono, come se anche solo un messaggio per loro fosse una boccata d’aria; per i cuori inviati nelle loro risposte, perché si sentono amati e ricambiano.

Le classi non sono professori che insegnano e alunni che imparano; sono una comunità di affetti che matura e cresce insieme nel nome della cultura e della speranza nel futuro.

Ed è vero, ogni tanto qualche lacrima ci scende, quando pensiamo alle nostre aule vuote, alla campanella che non suona, alla sala docenti senza le nostre chiacchiere, alle voci allegre dei nostri allievi e alla lavagna che aspetta senza alcuna scritta da giorni; ma avremo tutto il tempo di recuperare un sorriso, una carezza e una spiegazione interrotta da una risata o dal brusio di chi continua a chiacchierare sottovoce.