Coronavirus, Antonio Giordano: “Non c’è relazione con il climate change”

Il direttore dello Sbarro Institute di Philadelphia spiega cos'è il COVID-19 e come contenere il contagio ma sottolinea: "L'inquinamento è una minaccia peggiore per la nostra salute"

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Negli ultimi giorni abbiamo assistito a scene di panico a causa del dilagare del coronavirus: fughe dalla zona rossa, supermercati presi d’assalto per fare scorta di mascherine, disinfettanti, generi alimentari e altri beni di consumo. Senza contare i danni che il COVID-19 sta procurando all’economia e alla produttività dell’Italia. Le notizie che arrivano dai media sono contrastanti, da una parte c’è chi causa allarmismo, dall’altra chi banalizza assimilando il coronavirus a una comune influenza stagionale.

Noi abbiamo provato a capirci un po’ di più e per farlo abbiamo intervistato Antonio Giordano, direttore dello Sbarro Institute di Philadelphia e ordinario al Dipartimento biotecnologie mediche di Anatomia patologica all’Università di Siena, che ci spiega cos’è il COVID-19.

“I coronavirus sono virus a RNA con capsula che causano malattie respiratorie di gravità variabile dal raffreddore comune alla polmonite fatale – dichiara Giordano – Sette sono i coronavirus noti che causano malattie negli esseri umani. Di questi, quattro si manifestano per lo più con i sintomi del raffreddore comune mentre tre causano infezioni respiratorie molto più gravi: il MERS-CoV è stato identificato nel 2012 come la causa della sindrome respiratoria del Medio Oriente, SARS-CoV della sindrome respiratoria acuta grave (SARS) e, infine, SARS-CoV2 è un nuovo coronavirus identificato come la causa della malattia da coronavirus nel 2019 (COVID-19) che ha iniziato la propria diffusione a Wuhan, in Cina e che si sta propagando velocemente in tutto il mondo”.

Questi ultimi tre coronavirus causano gravi infezioni respiratorie; ed in quanto patogeni dagli animali infetti, attraverso il salto di specie, vengono trasmessi alle persone. La diffusione da persona a persona avviene attraverso il contatto con secrezioni infette: principalmente attraverso il contatto con goccioline respiratorie.

“Una caratteristica di questo virus è quella di essere molto contagioso – prosegue – Questo tipo di virus può espandersi senza trovare resistenze, perché manca un vaccino e perché essendo nuovo la popolazione è sprovvista di anticorpi per fronteggiarlo. Importante sottolineare che, nella maggior parte dei casi, la mortalità non è da ascrivere direttamente al coronavirus, ma alla presenza di patologie croniche pregresse aggravate dal coronavirus”.

Al momento non esiste un vaccino né farmaci antivirali o altri trattamenti specifici benché tutto il mondo scientifico stia studiando il COVID-19 per trovare una cura. “L’unico modo per rallentare questa epidemia è quello di ridurre i flussi di persone ed evitare qualsiasi contatto interpersonale – suggerisce il direttore dello Sbarro Institute – Dobbiamo sforzarci di rispettare le politiche di contenimento, in modo tale di aiutare i nostri medici ed i nostri ospedali a “diluire” nel tempo la curva di crescita giornaliera dei casi. Diversamente, rischieremo il collasso soprattutto per quanto riguarda la terapia intensiva e subintensiva. Ognuno di noi può fare la differenza e deve farla. La cosa migliore è restare dove si è, non fuggire in zone che sembrano apparentemente intatte”.

Il periodo di incubazione, che rappresenta il tempo che intercorre tra l’infezione e lo sviluppo di sintomi clinici, varia tra 2 e 11 giorni, fino a un massimo di 14. “Dobbiamo cercare di frenare l’allarmismo, ma essere consapevoli di ciò che sta succedendo e capire che il numero di soggetti è risultato positivo in Italia e in Europa crescerà. Questo è inevitabile per due motivi; il primo è che ora sappiamo che SARS-CoV-2, il virus che causa COVID-19, è molto contagioso e la modalità di contagio si verifica quando coloro che hanno già l’infezione non mostrano sintomi evidenti. In secondo luogo, identificare i soggetti che sono entrati in contatto con coloro che sono già positivi avrà l’inevitabile conseguenza di trovare altri”.

I casi di contagio e di decessi in Italia sono di in numero maggiore rispetto ad altre zone in Europa. I motivi sono diversi; sicuramente perché l’Italia, ad oggi, ha effettuato oltre 30 mila test di controllo sul Covid-19, a differenza della maggior parte dei paesi Europei, poi perché il nostro Paese è caratterizzato da una popolazione anziana.

“Il prof. Enrico Bucci dello Sbarro Institute, di Philadelphia, centro da me diretto – spiega Giordano – ha provato a dare una spiegazione all’alta mortalità. La sua osservazione suggerisce che diverse strategie di campionamento su popolazioni a stadio diverso di sviluppo dell’epidemia (in stadio avanzato o se viene scoperta all’inizio), quindi, unitamente al ritardo con cui si aggrava e si muore rispetto a quando ci si infetta, causano una estrema variabilità tra nazioni diverse in quella che è la letalità apparente ad una certa data. Alla fine dell’epidemia, tuttavia, in entrambi gli scenari considerati la letalità convergerà al suo valore vero (1%)”.

Si è parlato di un possibile collegamento tra coronavirus e cambiamento climatico ma Giordano smentisce categoricamente. “Ad oggi non esistono evidenze scientifiche che mettano in correlazione la diffusione del COVID-19 e il climate change, anche se è importante sottolineare l’impatto che l’inquinamento ha sulla salute umana. Tra non molto tempo l’emergenza coronavirus sarà passata e la ricorderemo come una delle tante influenze stagionali mentre l’inquinamento è un pericolo persistente, basti pensare che la quantità di rifiuti cresce di anno in anno. Sono state introdotte nell’ambiente sostanze di ogni tipo, nuove molecole, siamo bombardati da radiazioni e radiofrequenze”.

Ciò causa un costante aumento dell’incidenza dei tumori. “La situazione non va sottovalutata ma focalizziamo la nostra attenzione su un virus che presto sarà debellato dimenticando questa piaga che sta mietendo e mieterà molte vittime negli anni a venire. Per tali ragioni ritengo che sia necessaria ogni attività di biomonitoraggio al fine di far emergere la stretta correlazione tra inquinamento e cancro e costringere la società a mettere al primo posto l’uomo e la sua casa, l’ambiente”.