Perle nascoste nei boschi della Basilicata: turismo tra natura e storia

Luoghi poco conosciuti ma dalle mille sorprese. Tutti gli appassionati di passeggiate all’aperto rimarranno incantati dalla straordinarietà e dalla unicità di questi due piccoli tesori nascosti e non molto noti ai normali flussi turistici

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© Giuseppe Cillis • CC BY-SA 4.0 (https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Grotta_Ranaldi.jpg)

Nel comune di Filiano, in Basilicata, sono situate due bellissime riserve antropologiche; completamente immerse nel verde, sarebbero la meta ideale per un ecoturismo che mette insieme amore per la natura e passione per la storia e per la scoperta.

La Riserva Antropologica e Naturale Statale “I Pisconi” si estende dalla confluenza del torrente Bradanello con il Vallone delle Volpi, a 620 metri, fino a salire ai 1030 metri di Serra Carriero. Essa nacque per salvaguardare un sito archeologico davvero rilevante e per preservare la ricchezza della flora e della fauna.

La vegetazione è costituita in prevalenza dal cerro, ma ci sono anche la roverella, il frassino, l’acero campestre e nel sottobosco si trovano il biancospino, il rovo e il corniolo. La fauna è caratterizzata dalla presenza del lupo, del gatto selvatico e di animali come la donnola, la faina, il tasso, la volpe e il cinghiale.

In questo paradiso naturale è stata rinvenuta la più antica traccia artistica dell’uomo in Basilicata. Gli abitanti del luogo l’avevano già segnalata da tempo, quando nel 1965 il direttore del museo provinciale di Potenza, Francesco Ranaldi, scoprì ufficialmente in un’area boscosa a 879 metri di altitudine dei dipinti preistorici sulla parte di un grande sperone roccioso, noto come Tuppo dei Sassi. Dal nome dello scopritore il sito prese il nome di “Riparo Ranaldi”, un riparo naturale a forma di mezz’arco, alto 6 metri e incavato nella pietra arenaria, in parte crollata sui lati, come dimostrano i massi rotolati sotto il bordo del breve pianoro.

Su una porzione della superficie della parete interna si stendono pitture rupestri, tracciate con le dita usando dell’ocra rossa. Il colore ha sicuramente perso la sua originale vivacità, ma è ancora possibile apprezzare le immagini tracciate, anche se esse sono state variamente interpretate. Il Ranaldi aveva interpretato il dipinto come una scena di caccia con protagonisti uomini e animali (cervidi e capridi) catturati e trattenuti al laccio o colpiti con un’arma. La figura più interessante è un uomo formato da tre corpi ovali, da interpretarsi come stregone o divinità.

Uno scavo stratigrafico e ulteriori studi hanno documentato la prolungata frequentazione del luogo da parte di diversi gruppi umani di passaggio, come dimostrato dai resti di industria litica, frammenti di utensili, altre incisioni scoperte sopra lo sperone del riparo e i dipinti, che risalirebbero a momenti differenti. Il complesso pittorico sarebbe quindi costituito da cervi e daini e uomini nell’atto della caccia e alcuni dei disegni sono stati interpretati come alberi; la grande figura a tre ovali in alto sarebbe, invece, la rappresentazione simbolica di una foglia di quercia. Le pitture, in questo modo, servivano per segnalare al cacciatore di passaggio la presenza di cervi e altra selvaggina in un bosco di querce. I dipinti risalgono a un periodo compreso tra la fase finale del Paleolitico e il Mesolitico, indicativamente 12.000 anni fa.

© Giuseppe Cillis • CC BY-SA 4.0

La seconda perla è la Riserva naturale antropologica Agromonte Spacciaboschi, istituita nel 1972 per salvaguardare un sito di notevole interesse storico; essa è situata su uno dei terrazzi che dominano la Valle di Vitalba.

Si accede al sito partendo dalla fontana nota con il termine dialettale di Sparciavosc, situata sulla strada provinciale Iscalunga-Dragonetti, poco prima di arrivare all’abitato di Scalera. Da lì, seguendo il sentiero tracciato, dopo circa 500 metri di camminata si arriva ai resti di quella che era un’antica chiesa, come è evidente dal perimetro dell’edificio e dalle decorazioni lapidee.

Tornando indietro sul sentiero principale, più avanti si trovano i resti di un palazzetto signorile e di una enorme vasca composta da massi di arenaria. Si tratta dei caratteristici “Palmenti”: incavati nella parte superiore, hanno un buco di scolo e, in diversi casi, nella parte inferiore, una vaschetta supplementare di raccolta. Essi sarebbero serviti per la pigiatura dell’uva, considerata la presenza in antico di molti vigneti.

Qui era ubicata la medioevale Acermontis, la cui più antica testimonianza risale al 9 giugno 1152, citata in un elenco dei casali e delle parrocchie compresi nella giurisdizione ecclesiastica del vescovo di Rapolla.

Il castello e l’abitato dovettero subire dei danni in occasione della rivolta ghibellina (1267-1268), sotto il governo di Carlo I d’Angiò. Nel 1330 rimase ad Agromonte solo una piccola domus e poche decine di abitanti che, in quell’anno o nei decenni successivi alla Peste Nera del 1348, l’abbandonarono definitivamente spostandosi verso gli abitati vicini.

In questo caso è possibile effettuare visite guidate con il personale del Corpo Forestale dello Stato e la particolare difficoltà del percorso rende la visita possibile solo a un pubblico adulto.

Due belle scoperte da raggiungere in auto o in bici per entrare con gli occhi e con l’anima nel verde e nel passato.