Rapporto GreenItaly 2020: le imprese green affrontano meglio la crisi

La pandemia cambia tempistiche alla ripresa e l’economia non riesce a risollevarsi. Il Report GreenItaly2020 spiega perché puntare sulla greeneconomy

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© Micheile Henderson on Unsplash

«Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla». Un esordio di speranza, quello di Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola che cita Papa Francesco presentando l’XI edizione del Rapporto GreenItaly “Un’economia a misura d’uomo per affrontare il futuro” redatto insieme a Unioncamere e promosso in collaborazione con Conai, Ecopneus e Novamont, con la partnership di Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne srl ed Ecocerved, con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

La pandemia cambia la tempistica della ripresa e l’economia non riesce a riprendersi, percossa dalla seconda ondata del virus. Eppure c’è una strada percorrere: l’economia verde. Molti credono che l’economia green sia un gioco per gente che sta nelle nuvole, si dice di realizzare politiche ambientali purché non indeboliscano l’economia. Invece è vero esattamente il contrario. Chi ha investito nel green ne esce rafforzato a prescindere dalle dimensioni dell’impresa, le aziende green resistono meglio alla pandemia e quando subiscono i colpi sono più resilienti.

Lo confermano i dati del Rapporto GreenItaly presentati da Giuseppe Tripoli, segretario generale di Unioncamere. Il sistema italiano è leader in Europa nell’eco-efficienza, abbiamo il primato del riciclo in Europa (79,3% nel 2018), le imprese italiane utilizzano materiali riciclati per il 14,3%, contro una media europea dell’11%. Cresce il numero delle imprese green (+21,5%) che sono risultate le più performanti anche in termini di export (+10%). Anche il lavoro va verso il green: nel 2019 l’occupazione nel settore è cresciuta del 35% e per i prossimi anni si prevede che i nuovi lavori saranno green e che i vecchi tipi di lavoro andranno aggiornati con competenze green. Nell’attuale fase di difficoltà anche questo tipo di imprese ha delle criticità, ma ha mostrato di avere una marcia in più: hanno aspettative positive rispetto al futuro per occupazione, fatturato ed export; reagiscono meglio perché sono più innovative e hanno fatto ricorso alle tecnologie digitali (aumento delle vendite online e formazione del personale sulle nuove tecnologie, riorganizzazione dei tempi di lavoro per contenere i costi, adattamenti nella gestione aziendale).

In sintesi, possiamo dire che sono imprese più dinamiche, hanno innovato processo e prodotti, hanno riqualificato i dipendenti e hanno un’immagine aziendale più smart, probabilmente perché sono aziende giovani: sono gestite in maggioranza da under 35. Cosa si aspettano da Next Generation EU? Nuove politiche del lavoro, transizione verde (economia circolare, efficienza energetica, rinnovabili, mobilità sostenibile) transizione digitale (banda larga, 5G, capacità digitali, cloud industriale) e infrastrutture pubbliche.

Dove c’è green c’è più tecnologia

«Come europei abbiamo fatto una scelta prima del Covid. Il Green Deal è stato sottoscritto l’11 dicembre del 2019 e dimostra l’impegno per una trasformazione radicale» ha detto Vincenzo Amendola, ministro per gli Affari Europei commentando i dati del Rapporto GreenItaly. La transizione verde è interconnessa con quella digitale: dove c’è più green c’è più tecnologia. Pur con i suoi primati nel riciclo e nelle imprese green, l’Italia ha un problema di tutela del territorio e di dissesto idrogeologico: l’80% delle frane europee è in Italia e si spreca troppa acqua (in alcune regioni fino al 60%, mentre in Olanda e Germania la perdita si attesta al 5%).

«Il comparto produttivo che comprende le filiere alimentari e i bioprodotti fino ai rifiuti organici ha un grande valore ed è tra i più resilienti» ha affermato Catia Bastioli, ad di Novamont. L’interconnessione tra chimica verde e agricoltura deve andare oltre la semplice interazione tra comparti economici e tecnici: al centro deve essere la salute e la rigenerazione dei suoli, fattore abilitante per la transizione di modello e superare cultura dello scarto. «Imparare a fare di più con meno è la grande sfida che abbiamo di fronte. Questa rivoluzione si gioca sui territori, sui rapporti tra città e cibo, su agricoltura e filiere integrate, su ecodesign e biodegradabilità dei prodotti, su infrastrutture interconnesse per il trattamento dei rifiuti organici liquidi e solidi e sulla messa in campo di processi fisici, e chimici biotecnologici per trasformare gli scarti in prodotti». È tempo di imparare sul campo: il Green Deal non è solo una visione, servono strumenti per la transizione a cui devono partecipare tutti gli attori del territorio.

Investire sul green vuol dire guardare al futuro

Per Paolo Gentiloni, commissario europeo per l’Economia, «questa è la prova più difficile dal dopoguerra. Insistere sul green è velleitario? Guardando lontano, no. Infatti la Commissione ha deciso di confermare quelle scelte identitarie che hanno caratterizzato la presidenza von der Leyen. Prima la riduzione delle emissioni era fissata al 40% nel 2030, ora al 55%: non è un obiettivo generico, si tradurrà in obiettivi vincolanti per i settori industriali. I fondi andranno investiti per il 37% nel green e per il 20% nel digitale, il che comporta un grande lavoro di reskilling e upskilling della nostra forza lavoro.

Bisogna incoraggiare gli investimenti pubblici in transizione verde, i segnali ci sono e possiamo vederli anche nei dati del Rapporto GreenItaly. È cambiata anche la finanza: Black Rock non finanzia più imprese che non si impegnano sulla crisi climatica, ricorda Realacci, e nel 2019 le emissioni di green bond sono cresciute del 50% rispetto all’anno precedente. Ma serve assolutamente uno snellimento della burocrazia, che impedisce il decollo anche delle imprese migliori e il decreto semplificazioni è del tutto insufficiente.